" SPECIALE ASSEMBLEA- CONGRESSO " 
Settembre  2004  - da Stampare e distribuire -

Grande Assemblea - Congresso a metà Ottobre  
 
        
PROPOSTA : << l’ Associazione si trasforma in un movimento di pensiero e di azione politica per unire i socialisti interessati ad intervenire per scuotere la sinistra da un lungo letargo.>>
 
Appunti per una discussione che superi le vecchie divisioni della sinistra italiana ed affronti il tema, ormai,  ineludibile: quanto pesa, ancora oggi, il ritardo storico del rifiuto del revisionismo socialista?

A questo testo è allegato uno dei rari contributi di uno studioso socialista, Sandro Petriccione, apparso su “Mondo Operaio” nell’ottobre del 1965.

A quarant’anni di distanza siamo fermi al medesimo punto.

La realtà cambia, il pensiero è sempre quello del giorno precedente.

1. Viviamo in un tempo senza pace.

     Non c’è pace tra i popoli.

     Non c’è pace tra le generazioni.

     Non c’è pace tra le istituzioni.

     Non c’è pace tra le classi sociali.

Ma non sempre l’assenza di pace manifesta la presenza di un conflitto creativo tra contrapposte visioni della società, della moralità e del costume.

Si può essere senza pace per stanchezza, per insicurezza, per mancanza di spirito della nuova frontiera, per neutralità ideologica.

2.  Non è stato sempre così nel nostro passato repubblicano.

La repubblica è figlia di due drammatici eventi nazionali: la sconfitta nella guerra fascista, la vittoria nella lotta di liberazione.

L’Italia si libera dalla ideologia autoritaria e totalizzante del fascismo ma accetta un’altra egemonia culturale totalizzante che non appare autoritaria perché è liberatoria ed egualitaria: è il marxismo social-comunista fondato su malferme fonti secondarie e presentato in versione nazional-popolare.

Tra le ideologie totalizzanti del passato e del presente si inserisce un pensiero debole liberal-democratico e cattolico attento ai mutamenti strutturali della società ma fortemente interessato a sviluppare un ruolo dinamico di potere nell’equilibrio del sistema.

Le ideologie totalizzanti (sia quella residuale della destra sia quella nascente della sinistra) introducono nella pratica politica diffusa, un forte patriottismo di appartenenza e di diversità, mentre il centrismo attivo a scarso  contenuto ideologico diffonde, con sofisticate tecniche compromissorie un diffuso bisogno di un continuo armistizio politico, sociale e civile.

3. Questo ciclo virtuoso ed irripetibile viene spezzato da uno straordinario evento storico esploso con modalità assolutamente imprevedibili: il crollo del comunismo sovietico.

Perché l’Italia è l’unico  paese in Europa che tarda a cogliere la novità e resta invischiata nel vecchio ciclo?

Perché il nostro paese è la terra dove è fiorita la più vasta e complessa esperienza pratica del modello di vita compromissorio.

Il compromesso istituzionale, politico e sociale ha aiutato il sistema a reggere e a superare ogni scossa, ma il costo è stato alto:sono stati cancellati i confini tra pensieri politici diversi e sono svaniti gli orizzonti alternativi.

Il compromesso fu una  eccezionale tecnica di sopravvivenza, ma produsse una incolmabile frattura tra lo studio degli insiemi sociali e l’esame del loro storico formarsi.

I fondamentali hanno ceduto il passo all’effimero.

La scienza politica più affermata è la sociologia dei rotocalchi.

Il pensiero è unico.

La soluzione dei problemi è obbligata.

L’autorità è il vincolo estero.

La lotta per il potere è l’alternativa possibile.

 

4.Questi dieci anni portano i segni di una irrisolta difficoltà  del sistema a saper fronteggiare tre eventi decisivi :

  • La fine del centrismo dinamico e ricompositore degli equilibri scossi dai mutamenti sociali e politici;
  • L’irrompere nell’area di governo di una vecchia destra (post-fascista e corporativa) e di una nuova destra (leghista ed imprenditoriale);
  • L’affanno delle antiche sinistre (socialista e comunista) afflitte in parte dai mali del lungo periodo di governo e in parte dalla rancorosa astinenza di una lunga stagione di opposizione.

 

5. Noi socialisti siamo dentro i mali della sinistra, ma non siamo la sua malattia.    

 

       Si è scritto molto sulle divisioni tra socialisti e comunisti e sul duello a sinistra, ma poco è stato detto sul male comune delle due forze storiche della sinistra italiana: il rifiuto del  revisionismo.

La linea di demarcazione tra socialisti e comunisti non si è sviluppata lungo la frontiera tra riformismo e massimalismo, perché tali radici furono presenti, ed in una certa misura lo sono ancora oggi, nei due partiti della sinistra.

Fu la Yalta italiana a lacerare la sinistra e a produrre due forze con destini assegnati: una sinistra di governo ed una sinistra di opposizione.

 

Ciò avveniva non per ragioni di inconciliabilità  programmatiche ma per scelta di campo internazionale.

      Socialisti e comunisti non furono in competizione         per affermare la superiorità delle proprie visioni di società, ma furono le truppe scelte, con alcuni margini di manovra autonoma, di due coalizioni internazionali.

 

       E’ questa la causa essenziale di un mancato aggiornamento profondo delle ragioni fondative dello storico movimento del socialismo italiano.

6.  La malattia comune si chiama rifiuto del revisionismo ed    accettazione del continuismo.

Ancora oggi la frattura a sinistra non corre lungo l’immaginario confine tra riformismo e massimalismo, tra gradualismo e rivoluzione, tra parlamentarismo e movimentismo.

Si tratta di termini che, per desuetudine, hanno perso il senso e la qualità significativa originaria.

7.  Il riformismo del novecento è parola fuori del tempo.

 

Chi la usa sa che essa serve per aggirare l’ostacolo della diversità di forze cresciute per destini opposti. E così siamo nel campo della magia politica.

Ma sarebbe delittuoso se la parola fosse utilizzata per schivare nuovamente il vecchio ostacolo: la inutilizzabilità della costruzione ideologica della sinistra, già in crisi con la fine degli anni ’50, nel fronteggiare le sfide fondamentali del mondo d’oggi.

Il termine riformismo era scomparso dal vocabolario politico sino all’inizio degli anni ’80; riapparve per iniziativa socialista più per marcare la differenza semantica tra sinistra di governo e sinistra di opposizione, che per introdurre nel pensiero tradizionale della sinistra una radicale ridefinizione teorica del socialismo del nuovo secolo.

Il ricorso al riformismo da parte dei compagni dell’ex partito comunista indica invece un espediente  per cambiare il logo senza sopportare la fatica della discussione sui fondamentali.

Insomma, per un insieme di ragioni storiche nelle due sinistre italiane il revisionismo è stato sempre in ombra.

Non si è mai voluto mettere in discussione l’inefficacia di strumenti e di regole di lotta concepite con la nascita dello stato industriale per raggiungere l’eguaglianza sociale, per creare lo sviluppo e per ottenere la felicità ed il benessere degli uomini.

Purtroppo la nostra sinistra per 50 anni ha scelto la strada di tenere ferma la teoria e di rendere mutevole la pratica. Dentro questa formula può entrarci tutto ed il suo contrario, anche il trasformismo ed il leninismo.

8.   Il revisionismo socialista si basa su un principio semplice  ed elementare: adeguare la dottrina politica socialista alle nuove realtà dominanti.

Queste realtà dominanti, oggi, sono radicalmente diverse, per qualità e per densità a quelle esistenti all’epoca del primo revisionismo del ‘900.

Il primo revisionismo del socialismo europeo ebbe spazio di riflessione e di elaborazione tra i socialisti tedeschi ed inglesi. Esso manteneva ferma la visione catastrofica sul destino del capitalismo, ma riteneva che l’obiettivo primario dell’abolizione della proprietà privata fosse raggiungibile attraverso la conquista democratica delle istituzioni senza il ricorso alla violenza.

E’ con  il secondo revisionismo della fine degli anni ’50 che si annuncia in Germania e in Gran Bretagna un attacco agli stessi fondamentali del primo revisionismo.

Il documento base e “Il nuovo programma politico” della SPD, fu ratificato al Congresso di Bad Godesberg nel novembre del 1959. Esso costituisce un rovesciamento delle posizioni classiche ed una ampia apertura alle formule revisioniste di un “umanesimo socialista” di ispirazione “liberale”.

Rileggendo alcuni passi del documento di 45 anni addietro, si resta colpiti dalla forza di anticipazione critica del più forte movimento socialista europeo.

Ecco alcuni passaggi significativi.

“ I socialisti preconizzano una società nella quale l’individuo possa vivere nella libertà………….La libertà e la giustizia sono condizionate l’una dall’altra. La dignità dell’uomo sta infatti nel diritto alla sua parte di responsabilità, nel riconoscimento del diritto altrui di sviluppare la propria personalità e nel contributo che deve dare, su piede di eguaglianza, all’organizzazione della società: La libertà, la giustizia e la solidarietà, impegni reciproci che risultano da un destino comune, sono i valori fondamentali dell’obiettivo socialista. Il socialismo democratico  in Europa ha le sue radici nell’etica cristiana, nell’umanesimo e nella filosofia classica………Il Partito socialdemocratico tedesco è il partito della libertà di spirito. Esso raggruppa nelle sue file una comunità di individui, di ideologie e di confessioni differenti, uniti da concezioni morali e da obiettivi politici comuni. La sua meta è l’instaurazione di ordine nello spirito di questi valori fondamentali”.

“Lo Stato ha il dovere di assicurare la libertà della fede e della coscienza……..I diritti fondamentali non solo devono assicurare la libertà dell’individuo nei confronti dello Stato, ma devono altresì contribuire ad istituire lo Stato in quanto diritti creatori della comunità……….E’ assicurando la fusione dell’elemento democratico e sociale e dell’idea del diritto che lo Stato assume la sua missione culturale, attingendo la sua ispirazione dalle forze sociali, al servizio dello spirito creativo dell’uomo”.

“La libera scelta dei consumatori, la libera scelta del posto di lavoro e la libera iniziativa degli imprenditori, sono la base decisiva, mentre la libera concorrenza è un elemento importante di una politica economica libera………Una economia totalitaria e dittatoriale distrugge le libertà. Perciò il Partito socialdemocratico tedesco approva il mercato libero, dove esiste veramente la libera competizione. Tuttavia, là dove i mercati sono dominati da individui e da gruppi è necessario prendere molteplici misure per preservare la libertà nel campo economico. Concorrenza il più che sia possibile; pianificazione là dove è necessaria”.

Nel 1959 il Psi aveva già avviato il processo autonomistico ed un suo autorevole esponente, Riccardo Lombardi, così liquidò sull’AVANTI del 18.11.59 lo storico documento:

“ Col voto pressoché unanime ( 16 soli voti contrari su 340) che domenica scorsa, al congresso straordinario di Bad Godesberg adottò il nuovo programma presentato l’anno scorso al congresso di Stoccarda, la socialdemocrazia tedesca ha toccato il punto estremo della sua involuzione”.

Ma ciò che evidenzia il ritardo di elaborazione revisionista in Italia ha riscontro anche con la Carta dell’Unificazione Socialista (luglio 1966) supervisionata da Nenni e Saragat. In essa vi è uno sforzo per dimostrare la continuità ideologica con il passato ed il sostanziale rifiuto di ogni revisionismo politico e storico.

Così è l’incipit della Carta:

“Il Partito (psi-Psdi unificati) continua la tradizione del movimento socialista italiano organizzatosi in partito fino dal Congresso di Genova del 1892. Esso ne raccoglie, come proprio patrimonio, le esperienze dottrinarie, a cominciare da quella fondamentale del marxismo, e le esperienze politiche maturate in tre quarti di secolo di lotte di classe sempre dure e sovente sanguinose”.

Nel Pci il rigetto del revisionismo fu netto e costante.

Biagio De Giovanni critica il più recente pensiero di Fassino ed esprime un giudizio severo sul  “continuismo” a sinistra:

“ …non sembra sufficiente indicare lo stalinismo e l’Ungheria come due <errori>, incastonati, per così dire, in una visione mirabile e compiuta sia della storia nazionale sia delle forze che in essa si sono mosse, in grado di far da sfondo a tutto ciò che viene dopo…..Le responsabilità politiche e morali in un secolo segnato da una lotta all’ultimo sangue, e dall’irrompere dei totalitarismi, sono ancora parte della storia presente. Tanto più che la ricordata sconfitta strategica implicava sia un errore profondo nelle previsioni storiche e dunque nell’azione politico-culturale (la vittoria finale del sistema organizzato intorno alla rivoluzione d’Ottobre) sia il principio di uno scontro mortale con le socialdemocrazie, il che ha impedito che la modernizzazione italiana potesse esser retta da un Governo della sinistra e il riformismo impiantarsi stabilmente nella sua costituzione mentale…….La verità è che più la sinistra italiana accentua le continuità, più ogni discorso sul suo rinnovamento appare inutile e superfluo, e il conservatorismo politico-intellettuale diventa vincente, come sembra che stia accadendo”.

Solo su “Mondo Operaio”, alla fine degli anni ’70, dopo il MIDAS, si apre una discussione di tipo  revisionista al quale partecipa anche Craxi con un articolo sul “Leninismo e socialismo” che affronta il tema del “superamento storico del pluralismo liberale ma non del suo annientamento:

“I veri marxisti-Leninisti non possono  tollerare contro-poteri, ideali comunitari diversi da quello collettivistico. Per questo essi sentono di avere il diritto di imporre il “socialismo scientifico” ai recalcitranti. Per questo Gramsci aveva teorizzato la figura del moderno Principe come  <il solo regolatore> della vita umana. La meta finale è la società senza Stato, ma per giungervi occorre statizzare ogni cosa. Questo,  in sintesi, è il grande paradosso del leninismo.

“Ma come è mai possibile estrarre la libertà totale dal potere totale? Invece di potenziare la società contro lo Stato, si è reso onnipotente lo Stato con le conseguenze previste da tutti gli intellettuali della sinistra revisionistica che hanno visto nel monopolio delle risorse materiali e intellettuali la matrice dell’autoritarismo di Stato. Pertanto se vogliamo procedere verso il pluralismo socialista, dobbiamo muoverci in direzione opposta a quella indicata dal leninismo: dobbiamo diffondere il più possibile il potere economico, politico e culturale. Il socialismo non coincide con lo statalismo”.

 

9. Su un solo punto le due sinistre italiane furono unite: concentrare tutte le proprie energie sul terreno della lotta politica quotidiana ed evitare ogni processo di profonda revisione teorica perché non era conveniente urtare le convinzioni radicate nelle menti e nelle passioni degli uomini che, come scrisse De Martino, erano abituati all’esaltazione del loro partito, della sua origine, della sua forza.

Nelle due sinistre prevalse la convinzione che al  movimento si potesse far digerire ogni svolta tattica e contingente se fosse rimasto fermo il quadro di riferimento dei fondamentali originari.

L’abile inganno si fondava su due elementi: il carisma indiscusso delle elités dirigenti ed il fideismo acritico delle masse. Negli anni ’60 questo schema va in frantumi: è eroso il carisma delle dirigenze mentre si avvia un processo di autonoma maturazione delle masse.

In questa fase (anni ’80) la sinistra comincia a pagare il conto che, ancora oggi, non ha saputo saldare: essa è in ritardo di due revisionismi (quello del primo ‘900 e quello della fine degli anni ’50) rispetto al nucleo forte del socialismo europeo.

 

10. Il deficit di esperienza e di cultura revisionista passate è l’ostacolo di partenza che rende già difficile l’approdo al terzo revisionismo: il revisionismo delle società post-secolari e post-industriali.

In Italia, ai mutamenti evolutivi ordinari della realtà si devono aggiungere le trasformazioni strutturali avvenute fuori del tradizionale sistema di controllo democratico negli anni della transizione senza fine, che parte dall’inizio degli anni ’90.

I più significativi mutamenti emersi dall’implosione del sistema sono:

a) sul piano istituzionale:

1.      la legittimazione a governare per tutti i partiti ha dato vita alla democrazia dell’alternativa;

2.      ha aperto la strada alla revisione costituzionale;

3.         ha declassato il potere politico e si sono rafforzati poteri sottratti al controllo democratico;

4.         ha dato alla Chiesa il riconoscimento all’intervento nella vita delle istituzioni (è nato un nuovo trasversale partito papista);

5.         ha personalizzato la lotta politica ed ha infeudato le istituzioni.

b) sul piano internazionale:

1. ha ridotto i margini di autonomia nazionale in politica estera e nell’ambito dell’alleanza Atlantica;

2. ha costretto la sinistra ad accettare l’intervento militare all’estero con una interpretazione estensiva dell’art.11 della Costituzione.

c) sul piano politico interno;

     1. il declino dei partiti politici ha prodotto più oligarchia, più  lobbismo, meno democrazia;

      2. la corporativizzazione della società ha ridotto lo spazio della ricomposizione unitaria degli interessi ed ha inquinato la competizione politica.

d)  sul piano economico:

    1.lo smantellamento del settore pubblico nell’economia  non ha aperto la strada ad un nuovo capitalismo  competitivo e non assistito;

    2. i settori produttivi sono sotto il controllo delle banche;

    3. il risanamento della finanza pubblica è bloccato;

    4.è stata abrogata la questione meridionale, mentre la  questione settentrionale resta un ombra senza corpo.

e)       sul piano sociale:

1.      il sindacato è stretto tra il vincolo estero ed i mutamenti profondi nelle politiche del lavoro e dell’occupazione;

2.      lo stato sociale perde pezzi e avanza la convinzione che la protezione sociale universale è avviata ad essere sostituita dal fai-da-te e dalla carità.

f)        sul piano dei diritti democratici:

1.        l’informazione manipola le conoscenze e cancella la memoria;

2.        l’esaurirsi dell’egemonia culturale della sinistra ha dato vita ad un  sincretismo culturale superficiale e caotico.

Questo è il quadro riassuntivo dei nostri problemi, che si aggiungono a quelli derivati dai comuni processi di trasformazione sopranazionali così descritti dal sociologo Castells:

“….Investito  dall’internazionalizzazione  della finanza e della produzione, il movimento operaio viene meno come fonte di coesione sociale e di rappresentanza dei lavoratori. Esso non scompare, ma diventa essenzialmente un agente politico integrato nel sistema delle istituzioni pubbliche. Le chiese ufficiali, praticando una forma di religione secolarizzata che dipende o dallo Stato o dal mercato, perdono gran parte della loro capacità di determinare  i comportamenti in cambio di consolazione e di un posto in paradiso. La sfida al patriarcato e la crisi della famiglia patriarcale perturbano la normale riproduzione e trasmissione di codici culturali da una generazione all’altra e insidiano le fondamenta della sicurezza personale…..Le ideologie politiche emanate dalle istituzioni e dalle organizzazioni dell’età industriale- dal liberalismo democratico fondato sullo stato-nazione al socialismo fondato sulla classe operaia- finiscono per essere ormai prive di significato concreto nel nuovo contesto sociale. Perdono, perciò, la loro capacità di attrazione e, nel tentativo di sopravvivere e di rincorrere la nuova società, si impegnano in una serie infinita di adattamenti alla stregua di polverose bandiere di guerre dimenticate”.

Il monte delle questioni poste e la difficoltà nell’individuare il punto centrale sul quale cominciare a riflettere tenta anche le intelligenze più disponibili a rifugiarsi o in una quotidianità grigia e attendista o ad evadere verso salvifiche visioni religiose.

Non tutti, però sono così arrendevoli.

11. In un recente confronto tra il Prof. Jurgen Habermas ed il Card. J. Ratzinger, è stato affrontato il delicato ed attuale tema del rapporto tra fede e ragione nelle società post-secolarizzate.

Il dialogo apre una interessante strada al revisionismo ideologico:

Habermas:” La generalizzazione politica di una concezione del mondo di tipo secolare non è compatibile con la neutralità ideologica del potere statale, che garantisce eguali libertà etiche per tutti i cittadini. A cittadini secolarizzati non è permesso, nell’esercizio del loro ruolo di cittadini dello Stato, né negare di principio un potenziale di verità alle immagini religiose del mondo, Né contestare ai concittadini credenti il diritto di dare il proprio contributo alle discussioni pubbliche con un linguaggio religioso. Una cultura politica liberale può persino aspettarsi che i cittadini secolarizzati partecipino agli sforzi per tradurre rilevanti contributi dal linguaggio religioso in un linguaggio pubblicamente accessibile”.

Ratzinger: “Noi avevamo visto che vi sono nella religione patologie estremamente pericolose, che rendono necessario considerare la luce divina della ragione, per così dire, come organo di controllo, movendo dal quale la religione deve necessariamente farsi purificare e ordinare continuamente. Ma nelle nostre riflessioni si è anche mostrato che vi sono pure delle patologie della ragione, una hybris della ragione che non è meno pericolosa, ma ancora più minacciosa se vista nella sua potenziale efficienza: bomba atomica, uomo come prodotto. Per questo, a sua volta, anche la ragione deve essere ammonita sui suoi limiti ed esortata a imparare una disponibilità all’ascolto verso le grandi tradizioni religiose dell’umanità”.

“……Non si tratta direttamente di un <ritorno alla fede>, ma del fatto che <ci si libera dall’abbaglio epocale secondo cui essa (la fede) non ha più niente da dire all’uomo d’ oggi in quanto contraddice la sua idea umanistica di ragione, illuminismo e libertà>. In modo corrispondente io parlerei di una necessaria correlatività tra ragione e fede, ragione e religione, che sono chiamate alla reciproca purificazione e al mutuo risanamento, e che hanno bisogno l’una dell’altra e devono riconoscersi l’una l’altra”.

 

12. In un mondo dove tutti si interrogano su “quale futuro ci attende” e se non è morta l’idea che un ideale assetto della società possa essere progetto politico, la sinistra storica italiana deve fare i conti con la sua cultura, troppo privata della vitalità del revisionismo e troppo nutrita dall’abile maneggiare politico.

Essere revisionisti oggi significa affrontare i mutamenti della realtà e prendere atto che le vecchie categorie di pensiero non sono più sufficienti.

Un movimento politico di pensiero e di azione non è chiamato ad occupare un posto nella sinistra ma deve essere sale della sinistra.

13. Perchè fu sbagliato dire prima vivere e poi filosofare?

Perché non si poteva cercare la via del buon navigare dopo che era stata persa la bussola (il filosofare).

Le due sinistre hanno avuto un diverso destino perché diverso e distinto fu il loro essere nel sistema.

Il Partito Socialista curò il carisma e trascurò l’istituzione (il Partito ed i suoi sergenti). Quando perse il carisma non ritrovò più il suo corpo. C’è il battito ma non si sa dov’è il cuore.

Il partito comunista fuse il carisma con l’istituzione e dominò la società con l’egemonia culturale.

Questo dominio se lo è portato via la fine del socialismo reale.

La saldatura tra carisma e istituzione si è sfaldata. La  forza organizzata dei post-comunisti non irrorata da una revisione critica è a consumo.

14. Assistiamo ad una morte lenta del partito politico senza pulsioni ideali e senza produzione politica. Esso è ridotto a macchina arrugginita per organizzare provvisori e mutevoli consensi elettorali.

Solo nel centro si nota una forte ripresa di attività formativa e di selezione di classe dirigente intorno ai fondamentali cattolici e della sua dottrina sociale.

La sinistra non revisionista nel quotidiano ha accettato la direzione politica centrista, mentre ha smarrito la fiducia nell’indicare gli orizzonti delle attese.

La sinistra è priva di un programma politico e si attarda ad utilizzare pezzi di programmi di governo per superare una nottata che non finisce mai.

La nostra convinzione è che la sinistra se non affronta il terzo revisionismo  della sua storia secolare, non potrà dialogare o competere con un centrismo dilagante, che ha un solo problema-ostacolo da superare ancora: come mandare in pensione Berlusconi.

La nostra proposta può essere questa: l’Associazione si trasforma in un movimento di pensiero e di azione politica per unire i socialisti interessati ad intervenire per scuotere la sinistra da un lungo letargo.

Non invochiamo una Costituente dei residui apparati della sinistra storica, ma ricerchiamo una convergenza tra i revisionismi post-socialisti, post-comunisti, post-azionisti e post-radicali.

Una sinistra che sappia dialogare con il centro ma che abbia anche il titolo ad aspirare ad essere maggioranza di governo.

I socialisti hanno problemi con la sinistra perché la sinistra ha problemi con il socialismo.

Unire i socialisti per unire la sinistra revisionista.
 
 
 
 
Il Presidente Nazionale Socialismo è Libertà
On. Rino Formica