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RIFORMISMI. DOVE SAREBBERO LE RADICI DEL PD? 

DI RIN0 FORMICA / da Il Riformista

Cari Ds, discutiamo di ciò che è vivo
 e ciò che è morto del socialismo del 900 

Piero Fassino con una lettera al giornale della tessera n.1 (certa) del partito democratico (probabile), interviene sulla prospettiva della sinistra e del socialismo in Italia, in Europa e nel mondo. La lettera ha un pregio e due difetti, E’ certamente apprezzabile la manifesta e schietta sincerità, che per un segretario del partito storico della doppiezza è un bel salto revisionista. Sono invece discutibili due assiomi, cioè due verità evidenti di per se stesse: a) l’azione precede il pensiero; b) la storia comincia domani. L’attivismo onesto consente a Fassino di aggirare l’impervio ostacolo della compatibilità tra azione e pensiero e di sfuggire all’imbarazzo di valutare lo spessore e il peso della storia di ieri sulla storia a farsi per il domani. 

Ma l’eccesso di sincerità ha giocato un brutto scherzo, almeno per ciò che attiene al secondo punto di difetto. Se è vero, come è vero e come Fassino riconosce, che la collocazione internazionale è un tratto della propria identità, vogliamo vedere piii da vicino quali sono le peculiarità del nascente partito democratico italiano che dovrebbe sorgere da storie e culture diverse? Per essere veritieri dobbiamo subito dire che il tentativo di mettere insieme i tre riformismi (socialista, comunista e cattolico) nasce mutilato nel segmento più legato alla storia secolare del socialismo europeo. La eclissi delle forze del socialismo italiano riduce la prospettiva del partito democratico all’incontro tra l’esperienza politica dei post-democristiani della sinistra sociale (Marini), della sinistra delle partecipazioni statali (Prodi) e l’esperienza politica del post-comunismo meno radicale. Che non vi sia stato incontro o scontro tra culture diverse lo afferma candidamente lo stesso Fassino. Infatti, quando vuole trovare il punto di contatto tra le socialdemocrazie europee e le forze che in Italia hanno dato vita all’Ulivo, lo scova nel pluralismo di idee che vive intorno al tema del Welfare. Ma ciò è insufficiente e precario. Le sfide delle flessibilità del lavoro, della mobilità sociale, dell’ambiente e della vita, se non sono poste al confronto con le conquiste socialiste e socialdemocratiche del ‘900, non possono isolatamente disegnare un nuovo orizzonte di società per le future generazioni. Caro Fassino, se vogliamo parlare pacatamente di questioni vitali per l’avvenire dell’Europa nelle nuove sfide mondiali, dobbiamo partire da ciò che è vivo e da ciò che è superato nel socialismo del ‘900, perché su questo tronco possa innestarsi una nuova idea di socialismo. Le novità organizzative che possono nascere da un attivismo a pensiero debole risolvono il problema del sopravvivere alla catastrofe del comunismo, ma non possono suggestionare nuove energie. La consegna dell’eredità socialista del ‘900 alle radicalità delle visioni minoritarie non si evita sfuggendo al nodo del revisionismo. Capisco che arrivare con un ritardo di 50 anni al governo del proprio paese rende difficile il ragionare intorno alla revisione della dottrina, ma illudersi di poterla sostituire con l’esaltazione di una volontà di vita e di potenza, può essere fatale. A questo punto vorrei fraternamente rivolgere a Piero Fassino una domanda: se tu riconosci che i partiti socialisti e socialdemocratici non sono più quelli della seconda internazionale, e che non pensano proprio a mettere in soffitta il socialismo, perché in Italia si coltiva questo rito della morte tranquilla e pacifica del socialismo? Il socialismo europeo deve uscire dall’ambito protetto del benessere in un so- lo paese. Il baricentro delle urgenze umane si è spostato verso il sud Europa, il Mediterraneo e il Sud del pianeta. La lotta per il nuovo assetto mondiale farà nascere nuovi poli geopolitici (imperiali’?) che utilizzeranno come armi l’energia, la forza unificante delle religioni e i nazionalismi continentali. Si annunciano stagioni di ferro e di fuoco: il capitalismo caritatevole non basterà pii, le chiese disarmate saranno in affanno, il socialismo dal volto umano potrebbe non essere sufficiente ma la sua assenza sarà barbarie. Diluire il socialismo in un democraticismo buono a tutto per offrirlo come nutella dell’umanità ci eviterà l’im- patto con la drammaticità della politica ma ci consegnerà ai ridotti spazi della periferia della storia. Se la discussione sarà aperta e sincera, la voce socialista non potrà essere soffocata e ritornerà, non per il rispetto che si deve a una storia di civiltà ma per il bisogno che hanno milioni di uomini di non essere legati alle sorti degli spiriti animali. Il mercato, forse, è utile per lo scambio delle cose ma, certamente, non si addice alla crescita libera delle coscienze. Una proposta aperta di nuovo socialismo non può non ruotare che intorno a una idea di nuova società.

 

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