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Costituente Socialista Auditorium del Massimo - 14 Luglio

Intervento di Enrico BOSELLI - Presidente SDI

 Care compagne e cari compagni, siamo qui oggi con uno scopo che non riguarda solo noi ma il futuro del nostro Paese: unire in un nuovo partito quanti hanno nel socialismo democratico europeo il loro riferimento politico ed ideale.Per farlo dobbiamo innanzitutto chiudere un capitolo: quello delle divisioni che si sono create nel socialismo italiano dopo il collasso del vecchio sistema politico. Porre fine a una diaspora infinita dei socialisti italiani è per noi tutti un dovere morale, prima che un impegno politico. In questi anni in tutte le assemblee socialiste si è invocata l’unità, ma dopo aver invocato l’unità seguivano nuove polemiche e nuove divisioni. Oggi non invochiamo più l’unità: oggi realizziamo l’unità e poniamo fine a una lunga, troppo lunga, stagione che ci ha visto divisi. Non è questo il momento per una riflessione storica e politica sulla grave crisi che ha attraversato il socialismo italiano. Sicuramente abbiamo avuto avversari potenti, talvolta vestivano i panni da amici e da alleati, che hanno puntato a liquidare, e per sempre, l’esperienza secolare del socialismo italiano. Noi che siamo riuniti oggi qui possiamo dire una cosa: il socialismo italiano continua a vivere e si propone di tornare ad essere una formazione che conta nella politica italiana. Tuttavia, la crisi del socialismo italiano – e non parlo solo della crisi più grave che è avvenuta alla fine dello scorso secolo - non è dovuta solo alla forza e alla perfidia dei nostri avversari ma anche purtroppo a errori, anche gravi, che abbiamo commesso, ed io aggiungo, anche duramente pagato. Noi non dobbiamo rinchiuderci entro i confini di una formazione di tipo identitario che si riferisca unicamente al Psi e al Psdi. Su questa strada non andremmo molto lontano. Più volte abbiamo detto che il partito che vogliamo costruire deve nascere da una Costituente aperta. Ci rivolgiamo innanzitutto a cittadine e cittadini che chiamiamo a costruire assieme a noi un nuovo partito. Tuttavia per Costituente aperta intendiamo un processo che coinvolga tutti coloro che guardano al Pse, cercando di raccogliere il meglio della storia di tutto l’antico movimento operaio di quanti con le loro lotte e le loro idee hanno animato la sinistra italiana. Noi non vogliamo, quindi, riproporre antiche divisioni e vecchie polemiche. Così come si prese a riferimento per segnare i confini dei socialisti italiani il “’56”, l’anno della rivoluzione ungherese per ricostruire l’unità tra il Psi e il Psdi, il nuovo partito che vogliamo c con la “Costituente socialista” deve avere come punto di riferimento l’“89”, l’anno della caduta del muro di Berlino, quando si ritrovarono insieme ad avere come riferimento l’Internazionale socialista il Psi e il Psdi, ma anche la maggioranza del Pci. Certo, dobbiamo chiederci perché allora non si dette vita immediatamente ad un partito socialista di tipo europeo che era nelle aspirazioni, prima che dei gruppi dirigenti, di militanti ed elettori della sinistra italiana. Non si colse un’occasione storica e si disperse così un grande patrimonio ideale e politico. La sinistra che nel suo insieme, e pur nelle sue gravi divisioni, non era andata mai al di sotto del 40% dei voti e, anzi, aveva sfiorato la maggioranza assoluta, oggi a mala pena rappresenta un quarto del Paese. Non si arrivò all’unità perché si scontrarono reciproche pregiudiziali: quella dei socialisti nei confronti dei comunisti, rivolta ad affermare orgogliosamente di avere avuto ragione; quella dei comunisti nei confronti dei socialisti con lo scopo di difendere il valore che nella storia della Repubblica ha avuto il Pci. Questa contrapposizione è stata rovinosa per l’intera sinistra italiana: nessuno ha vinto, tutti hanno perso. I socialisti hanno subito una delle crisi più drammatiche e profonde della propria storia: coloro che venivano dal Pci, per un’astratta e incomprensibile pregiudiziale verso la stessa parola “socialista”, si sono collocati in Europa con i socialisti europei ma in Italia non hanno mai voluto chiamarsi socialisti. Questa pregiudiziale verso la parola socialista non è stata solo un fatto lessicale, ma ha sempre avuto un forte contenuto polemico. Questa avversione verso il socialismo italiano ha impedito che decollasse lo stesso progetto della “Cosa 2”, portato avanti da D’Alema, e ha messo il piombo alle ali al rilancio socialista voluto da Fassino al congresso di Pesaro. Così non si è riusciti a creare un nuovo partito socialista lasciando un vuoto di enormi proporzioni. Si può dire che è accaduto altrettanto con il progetto della “Casa dei riformisti”. Il progetto, partito con l’ambizione di mettere in campo una forza che avrebbe dovuto essere l’equivalente in Italia delle grandi socialdemocrazie europee, si è ridotto alla creazione di un partito che è la somma di Ds e Margherita, per metà laico e per metà confessionale. Una sorta di compromesso storico in formato bonsai. Così dopo il collasso del vecchio sistema politico, si poteva sperare che l’Italia si avvicinasse all’Europa. Invece tutti i processi in corso, dal nascente Partito democratico alla Cosa Rossa, allontanano l’Italia dall’Europa. Persino la “questione vaticana” che tanto ha pesato sui destini dell’Italia è tornata di attualità sulla scena politica italiana. Sembrava che con il referendum sul divorzio e quello sulla legge sull’aborto si fosse definitivamente chiuso un capitolo. Al contrario, dopo il fallimento del referendum sulla fecondazione assistita, le gerarchie ecclesiastiche hanno nuovamente rivendicato una sorta di protettorato sull’Italia. Le gerarchie ecclesiastiche influenzano fortemente il Governo in materia di diritti civili e la stessa costruzione del Partito democratico. Se c’è, infatti, un aspetto che distingue il nascente PD dai partiti socialdemocratici, ma anche dal partito democratico americano, è un’evidente deficit di laicità. Su questo aspetto si è voluto imputare a noi socialisti di aver abbracciato una posizione laicista. In realtà, noi sosteniamo in Italia, per quanto riguarda i diritti civili e la laicità, né più né meno ciò che sostengono tutti i partiti socialdemocratici europei. Noi siamo consapevoli che queste caratteristiche italiane, e solo italiane, della politica sul nostro Paese costituiscono un’assoluta anomalia in Europa. Per questo motivo, la nostra iniziativa non è, e non può essere, un’operazione nostalgica. Noi abbiamo un’ambizione più alta. Ci chiediamo che senso hanno queste nuove creature politiche italiane che non hanno nessun equivalente in tutta Europa. Rivolgiamo, innanzitutto, questa domanda a tutti coloro che guardano al Partito Socialista europeo come una bussola da seguire. È stato molto importante che la componente guidata da Mussi non abbia aderito al Partito democratico in nome del Pse. Non appena si è trasformata in un’autonoma organizzazione politica, “Sinistra Democratica”, ha però abbandonato questo terreno per impegnarsi a unificare i partiti dell’estrema sinistra. La nostra proposta a Mussi e ad Angius è chiara: unire subito quanti guardano al partito socialista europeo come al riferimento politico più importante, poi aprire un confronto a tutto campo. Questa proposta che abbiamo fatto più volte non è stata accettata. Si è detto che occorre mettere in campo una “massa critica” e che ciò lo si può fare solo con l’unità delle sinistre. Sinistra Democratica non ha riproposto come pregiudiziale la questione del partito socialista europeo nei confronti di Rc, come invece aveva fatto nei confronti del partito democratico. Eppure non solo il Partito democratico non aderirà al Pse, ma non lo farà neppure la Cosa Rossa. Abbiamo notato che all’interno di “Sinistra Democratica” vi sono altre posizioni, come quella di Gavino Angius come testimonia la lettera che ci ha inviato. Angius afferma: “D’ora in poi volgerò il mio impegno politico per contribuire alla nascita in Italia di una forza di ispirazione socialista e democratica che sia parte integrante del Pse, per far sì che in essa possano riconoscersi con le loro storie e culture milioni di nostri concittadini”. Sono perfettamente d’accordo con Gavino: questo è il nostro comune obiettivo. E gli propongo a vostro nome di iniziare subito insieme questo lavoro. Chi sostiene che Rc si sta già muovendo verso il socialismo europeo dovrebbe riflettere su alcune affermazioni recenti di Fausto Bertinotti che rivelano una concezione agli antipodi di quella socialdemocratica, come è emerso in un recente confronto con Emanuele Macaluso, pubblicato su “Il Riformista” diretto da Paolo Franchi. Il presidente della Camera ripropone uno schema antagonistico: invece d’identificare forme nuove di sicurezza sociale, che consentano di compensare gli effetti negativi delle grandi trasformazioni in atto, vuole bloccare la flessibilità e garantire le pensioni di giovinezza, senza tenere in alcun conto le compatibilità finanziarie. Il commissario Almunia non è considerato come un ex segretario del Psoe, che oggi è ai vertici europei, ma come una sorta di nuovo gnomo di Zurigo che non capirebbe che sotto le cifre aride della finanza vi è la vita di donne e uomini in carne ed ossa. È quella di Bertinotti una visione della rivoluzione, certo libertaria ma non riformista. Noi vogliamo costruire un partito socialista che sia una novità politica. Oggi ai nastri di partenza non vi sono solo i socialisti storici, ma anche esponenti politici come Lanfranco Turci, e come Roberto Barbieri che sono espressione di quella più vasta area socialista determinatasi dopo la caduta del Muro di Berlino nell’89. Con queste autorevoli presenze, che ci danno un contributo importante, noi diamo il senso alla missione che ci siamo posti. Noi non pensiamo tuttavia solo alle componenti dell’antico movimento operaio, ma anche a quei cattolici che su un piano di laicità esprimono convinzioni assai simili a quelle di altri socialisti, di ambientalisti riformisti e di liberali riformatori. Oggi abbiamo con noi Cinzia Dato che ha fatto una scelta di grande coraggio politico. La nostra idea è quella di far sì che il nuovo partito sia costruito da chi proviene da esperienze e culture diverse, che non cercano una soluzione puramente identitaria. Questi tratti profondamente innovativi del partito socialista, che vogliamo costruire, non possono essere un prodotto di laboratorio astratto rispetto alla lotta politica, al contesto assai difficile nel quale opera il governo Prodi, e alle grandi questioni aperte nel Paese. Purtroppo sin dal primo giorno successivo alla vittoria per un soffio del centro sinistra, il governo ha mostrato tutta la sua debolezza dovuta alla ristrettezza della maggioranza al Senato, ma anche alla sua eterogeneità politica. Dalle scelte di politica internazionale, come è avvenuto con l’Afghanistan, ai problemi delle infrastrutture e dell’alta velocità, all’urgenza di riformare il settore previdenziale ai temi delle liberalizzazioni dei servizi pubblici locali, sino alla questione della giustizia, ci sono state più divergenze che convergenze. Eppure il Governo con la finanziaria per il 2008 è riuscito a portare avanti un’efficace opera di risanamento dei nostri conti. La debolezza politica di quella manovra era costituita dalla mancanza di un’anima riformatrice che non poteva essere rappresentata solo dal risanamento. Per questo motivo proponemmo e allora rimanemmo inascoltati, di dare un segno forte alla finanziaria destinando un miliardo di euro in più alla ricerca. L’azione di risanamento dei conti pubblici, pur indispensabile, non può esaurire il messaggio riformatore che si deve dare al Paese. Il Governo si è trovato a fronteggiare un’opinione pubblica nettamente ostile; la riduzione del cuneo fiscale alle imprese non ha comportato alcuna apertura da parte della Confindustria. Il Partito democratico, che era nato con lo scopo esplicito di creare un timone riformista della coalizione per assicurare una maggiore stabilità, è diventato invece uno dei principali fattori di tensione. Romano Prodi non ha avuto un proprio partito quando esistevano i Ds e la Margherita ed ora rischia di avere un partito, il pd, che è solo ansioso di sostituirlo alla guida del governo. Le primarie per l’indicazione del nuovo leader dal Pd rischiano di essere lo strumento per svuotare e far perdere di legittimità quelle che hanno indicato Prodi a candidato premier. Già abbiamo un’orchestra, nella quale ciascun strumentista spesso legge un proprio spartito; ora rischiamo persino di avere due direttori d’orchestra, Prodi e Veltroni. Il Governo si sta muovendo con grandi incertezze che sono visibili a tutti. Sulle liberalizzazioni la lenzuolata del ministro Bersani si è ridotta ad un fazzoletto. In tema di diritti civili il Governo, dopo aver varato i Dico che è una soluzione al riconoscimento delle coppie di fatto assai arretrata, non ha avuto neppure più il coraggio di difendere la propria creatura in seguito agli altolà della Cei, alla manifestazione di San Giovanni e alle pressioni dei senatori Teodem nella maggioranza. Sulle infrastrutture si ha l’impressione di un percorso ad ostacoli. Sulla giustizia la proposta del ministro Mastella è persino più arretrata, rispetto alla necessità di marcare una netta divisione delle funzioni, nei confronti della stessa legge Castelli. Ha fatto bene Roberto Barbieri a votare l’emendamento del senatore Manzione che non era né una grande né una piccola rivoluzione, ma solo un modestissimo passo per limitare l’intercambiabilità dei ruoli tra giudice terzo e pubblica accusa che poteva essere accettato da tutti. La verità è semplice e va detta a chiare lettere: noi siamo l’unica grande democrazia liberale nella quale la magistratura ha una sorta di diritto di veto nella legislazione sulla giustizia. Questo stato di cose è un'altra grave anomalia italiana che deve essere superata. In genere in tutte le democrazie liberali esiste la separazione delle carriere. Su questo aspetto fondamentale non sarà certo l’Europa ad adeguarsi all’Italia; sarà l’Italia che prima o poi si dovrà adeguare all’Europa. Infine, c’è il nodo delle pensioni ancora non risolto. Noi siamo favorevoli a raggiungere un compromesso con i sindacati. Non è giusto, infatti, che nel corso di una sola notte cambi profondamente il regime pensionistico per quasi un milione di italiani. Si possono trovare soluzioni più giuste per arrivare in un tempo ragionevole a innalzare l’età di pensionamento con la possibile esclusione dei lavoratori manuali. Quello che non si può fare è chiudere gli occhi di fronte alla realtà o garantire tutto a tutti: le pensioni di giovinezza, le tutele per il lavoro precario, l’innalzamento delle pensioni minime: farlo significa promettere il paradiso terrestre. Neppure un governo monocolore di Rifondazione comunista lo potrebbe perchè dovrebbe anch’esso tenere conto delle compatibilità economiche che nascono dalla spesa publica e dalla crescita economica del paese. Non avvertire che esiste un problema di ridistribuire le risorse della spesa sociale tra le generazioni, significa ignorare una evidente esigenza che nasce dalla rivoluzione demografica. Non è possibile mantenere le pensioni di giovinezza e nello stesso tempo assicurare un nuovo sistema di sicurezza sociale per i lavoratori flessibili e per gli anziani non autosufficienti. Non ci uniamo affatto a coloro che a nome dei giovani organizzano proteste contro i sindacati. Siamo, però, convinti che i sindacati non si possano attestare a difesa dello status quo o avanzare su questi temi a passo di lumaca. I sindacati possono tutelare e difendere meglio il mondo del lavoro, sempre più complesso e diversificato, se affrontano – come pure è positivamente avvenuto nella storia del nostro Paese – le grandi trasformazioni in atto. I ripetuti incidenti di percorso, la timidezza riformistica, il tono di bassissimo profilo tenuto sui diritti civili, l’arrendevolezza verso i magistrati sulla giustizia sono esempi che dimostrano che il Governo Prodi ha perso la sua spinta propulsiva e non riesce ad avere quel colpo d’ala che potrebbe rianimarlo e riaccreditarlo nell’opinione pubblica. Questo stato di cose – ed è ormai evidente a tutti – non potrà durare a lungo. Non si devono, però, maturare eccessive illusioni sulla possibilità di evitare elezioni anticipate se il Governo Prodi entrerà in crisi. Il Presidente della Repubblica ha più volte affermato che non si può andare a votare con questa legge elettorale, se non si vuole correre il rischio di vivere anche nella prossima legislatura una condizione di permanente instabilità. Pare piuttosto difficile, però, che Berlusconi preferisca una grande coalizione a un ricorso immediato alle urne. Su tutta questa situazione pende, come una spada di Damocle, il referendum sulla legge elettorale. Tutto, insomma, congiura per una crisi dove a essere rimesso in dicussione non sarà solo il Governo ma anche il nascente Partito Democratico. Non siamo, quindi, in una situazione immobile nella quale tutti i giochi sono fatti. C’è spazio per l’iniziativa politica e programmatica del partito socialista che stiamo costruendo e che può essere considerato sin da oggi una realtà. La nostra non è un’operazione di potere, ma lo sviluppo di un disegno che deve contribuire al rinnovamento della politica. Noi abbiamo appreso una severa lezione dal collasso del vecchio sistema politico. Ora, a fronte della denuncia dei privilegi delle classi dirigenti, non possiamo cavarcela scrollando le spalle con un atto di sufficienza. Bisogna ridurre i costi della politica come quelli della Pubblica Amministrazione. Lo Stato deve diventare una casa di vetro dove tutti i cittadini sappiano quanto guadagnano le classi dirigenti politiche e della Pubblica Amministrazione. Prima di qualsiasi riforma l’opinione pubblica chiede trasparenza e coerenza di comportamenti. I socialisti vengono da una storia che è stata segnata da grandi leader, da Turati a Rosselli, da Nenni a Saragat, da Pertini a De Martino, Lombardi e Mancini, sino a Bettino Craxi. Noi siamo figli della nostra storia ma sappiamo che questa nostra storia non esaurisce quella del riformismo italiano. Nel movimento operaio vi sono stati altri riformisti da Di Vittorio a Lama, fino ai miglioristi di Giorgio Napolitano ed Emanuele Macaluso. Dal filone liberal riformatore e liberal socialista sono emerse personalità di grande rilievo, da Gaetano Salvemini a Piero Calamandrei, da Mario Pannunzio a Ernesto Rossi. C’è un filone del riformismo cattolico che ha contato dentro e fuori la Dc e nella Cisl: ricordo il ruolo fortemente innovativo avuto da Pier Carniti e Livio Labor. A questa nostra Assemblea voglio tuttavia indicare due riferimenti che considero di grande attualità: Marco Biagi e Loris Fortuna. Questi due nostri compagni sono figure emblematiche di due grandi temi che dobbiamo affrontare: i giovani e il lavoro; i diritti civili e la laicità. Il partito che vogliamo costruire dovrà essere aperto alle cittadine e ai cittadini. Nelle principali piazze del nostro Paese così come nei piccoli centri a partire da settembre dovremo raccogliere le adesioni ma anche idee e suggerimenti. In ottobre promuoveremo una grande conferenza per il programma ed infine a dicembre si terrà il congresso di fondazione del partito. Non sarà e non dovrà essere la pura e semplice somma delle nostre organizzazioni. Come si chiamerà il nuovo partito? A Fiuggi ho fatto una proposta che non aveva alcun carattere ultimativo. Era, infatti, una suggestione che nasceva da una storia secolare e non aveva nulla a che vedere con una pretesa di egemonia. Ne discuteremo tutti insieme. Quando penso al partito socialista italiano penso a quella grande forza che sin da Reggio Emilia nel 1893 divenne la casa di tutte le componenti del movimento dei lavoratori italiani ed il mio augurio è che possa tornare ad essere dopo tante divisioni la casa per unire quanti guardano in italia alla grande famiglia del socialismo europeo. Buon lavoro compagni.

 


Aggiornato il: 11 gennaio 2008