Si confonde Nenni con Monti e la Bce con l'Avanti!

Caro Direttore,

Dietro quel titolo dell’Avanti! (Da oggi ognuno è più libero) c’è, in realtà, il sorriso amaro di Pietro Nenni, specchio della sua intelligenza antica o, detto altrimenti, del suo ottimismo realistico. Se leggiamo le pagine del Diario di quei giorni del 1963, quasi riusciamo a percepire l’affanno di chi deve trascinare un carico enorme e l’angosciosa consapevolezza della irreversibilità della scelta politica sua e del PSI e dell’impreparazione del gruppo dirigente. La libertà che si espande, rivendicata da quel titolo, non è solo la libertà degli italiani ma è riferita anche al partito, è la libertà di movimento del socialismo italiano, il passaggio ufficiale dall’autonomismo funzionale (a risistemare i rapporti di forza nella Sinistra) all’autonomismo creativo. Sul finire del 1963, mentre il dibattito parlamentare stancamente e contraddittoriamente accompagna l’avvio del primo governo di centro-sinistra (con Nenni vice-presidente del Consiglio), il PSI si spacca e la DC a stento trattiene il pericolo di una frattura sul fronte opposto della destra interna. Tutto questo avviene mentre il mondo rabbuia con l’assassinio di Kennedy e la politica estera italiana, sul punto strategico della formazione di uno schieramento militare da contrapporre all’Urss, si incarta nelle politiche di rinvio. Il 14 dicembre 1963, il Parlamento sta discutendo le dichiarazioni di Moro, prossimo Presidente del consiglio e Nenni annota nel suo Diario: “La verità è che nella classe politica italiana del 1963 operano alcuni dei fattori di disgregazione che caratterizzarono quella del 1922”. Quel titolo è sincero, dunque, ma è un titolo consapevolmente aperto, aperto a esiti diversi, nient’affatto scontati. Soltanto nel 1970, sette anni dopo (come giustamente ricorda Ferrara) lo Statuto dei diritti dei lavoratori di Giacomo Brodolini diventerà legge e soprattutto diventerà (anche qui: con quanta consapevolezza?) il termine a quo di una storia politica del lavoro che peserà, come in nessun’altra democrazia, sulla storia politica generale del paese. Il lavoro da qual momento prenderà la forma di storia di emancipazione e di corporazioni, storia di libertà e di rigidità ideologiche, storia di modernizzazioni e di arroccamenti, storia di investimenti politici e di rendite di posizione. E sarà anche storia di tragedie, tutte le volte che si è voluto disincagliare la centralità del lavoro dalla centralità politica del comunismo italiano, cioè da quel luogo ideologico della Costituzione che ha vincolato il sistema politico al precetto unitario. Tutte le volte che si è voluto legare la centralità del lavoro al riformismo sociale (e diciamolo pure: al riformismo socialista).

Siamo proprio sicuri che i due borghesi illuminati (Monti e Fornero) con il DDL di riforma del mercato del lavoro stiano per rompere quel catenaccio ideologico della democrazia italiana? Vogliano trasformare la questione del lavoro nella questione democratica del Paese, nello sblocco ideologico del sistema politico? o stanno tentando più modestamente  la modernizzazione delle relazioni sociali e la riduzione di una forma tutta nazionale di sindacalismo, un sindacalismo di governo e di rendita? Perché se fosse soltanto questo, sarebbe un passo indietro perfino rispetto al 1963 e a quel titolo dell’Avanti!: passeremmo da un autonomismo creativo (autonomia dalle caste e dalle corporazioni) a un autonomismo funzionale (al governo dei tecnici).

Un eccesso di vincolo estero ha stravolto il nostro assetto costituzionale fondato su la centralità del lavoro ed ha spostato l’asse dei principi fondativi sul terreno della centralità del mercato.

Siamo ad un punto di rottura del patto repubblicano tra popolo e istituzioni.

Guido Carli, che fu il più acuto e  conseguente sostenitore della necessità del vincolo estero, in uno dei suoi ultimi scritti, così si esprimeva:

La Costituzione  repubblicana non menziona nè l’imprenditore, nè il mercato, nè la concorrenza, nè il profitto. Ammette la libertà dell’iniziativa economica privata e pubblica ed affida ai programmi ed ai controlli determinati dalla legge l’ indirizzo ed il coordinamento  dell’attività economica.

..........La Costituzione è il punto di intersezione fra la concezione cattolica e la concezione marxiana dei rapporti fra società ed economia e fra società e Stato. Le accumuna il disconoscimento del mercato in quanto istituzione capace di orientare l’attività produttiva verso il conseguimento degli interessi generali e la individuazione nello Stato e nei controlli da esso esercitati dello strumento più idoneo al fine di indirizzare l’attività di produzione e di scambio al soddisfacimento dell’interesse di tutti”.

Se le cose stanno nei termini esposti da Carli, la discussione oggi non può limitarsi al tema marginale dell’art.18, ma deve investire la più grande questione del conflitto tra ideologia del mercato (degenerata in mercatismo) e la ideologia costituzionale della centralità del lavoro.

Perchè le forze politiche preferiscono essere al margine del campo a raccattare palle e si rifiutano di giocare la partita a tutto campo?

Caro Direttore,

anche Lei cerca di svicolare confondendo Nenni e Monti, e la BCE con l’Avanti!

Fraternamente

         Rino Formica

 

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Aggiornato il: 19 gennaio 2013

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