Per Formica il nuovo governo è formato da “fiduciari”

di Matteo Mascia da Rinascita del 18 Novembre 2011

 

Nelle ultime settimane l’ex ministro socialista Rino Formica ha sottolineato con forza come l’Italia sia attraversata da “un problema di grave limitazione della sovranità nazionale senza avallo popolare”. Una situazione pericolosissima che non sembra preoccupare le principali forze politiche. L’esponente del Psi ha spiegato in numerosi interventi come le tecnostrutture internazionali rendano inutili le nostre istituzioni nazionali. Onorevole Formica partiamo subito da un parere sul governo del professor Mario Monti… Non c’è dubbio che questo governo, vista la sua composizione, nasca sulla base di direttive che arrivano da altre sedi. Mi riferisco a quei luoghi particolarmente attenti ad una riorganizzazione dei sistemi economici in chiave di mercato esasperato. Io non credo però che il giudizio da dare a questo esecutivo si debba basare sulle categorie tradizionali: la composizione, i singoli, i percorsi politici e via di questo passo. Sicuramente siamo di fronte a delle persone che non sono espressione della classica democrazia politica organizzata. Su di loro influiscono senza dubbio i valori fondanti della nostra democrazia ma è innegabile il rilievo del capitalismo post-democratico che caratterizza la nostra epoca. Quindi la presidenza del Consiglio risponderà a delle indicazioni che esulano dal normale dibattito politico-parlamentare? Siamo di fronte ad un gruppo di fiduciari. Noi ci dobbiamo interrogare su chi ci sia dietro ai nomi che hanno riempito dicasteri e dipartimenti. Non ci sono poteri forti ma aree forti. La più importante che mi viene in mente è la Chiesa, organizzazione che ha bisogno di intervenire nuovamente nella vita politica del Paese. Per farlo non ha scelto i canali tradizionali che per decenni hanno caratterizzato le sue attività e le hanno permesso di assumere il controllo di posti chiave nella società. Oltre alla Chiesa ci sono naturalmente importantissimi settori dell’economia e della finanza internazionale. Come si è arrivati a questa situazione? Alla base dell’attuale assetto c’è il bisogno di una modifica del capitalismo. Per qualcuno è importante trovare un’alternativa rispetto ai modelli che hanno caratterizzato gli ultimi decenni. La soluzione non può essere quella del capitalismo democratico tradizionale perché questo schema ha finito per entrare in conflitto con la democrazia. Una lotta che costituisce uno dei più importanti problemi per tutte le società occidentali e che porta all’idea che si possa superare il modello democratico. Ovviamente nessuno sa come questo superamento possa arrivare. Qualche anno fa nessuno si immaginava come sarebbe stato possibile uscire dal comunismo e, per il momento, le vecchie economie comuniste hanno assunto una soluzione provvisoria rappresentata dalla conciliazione tra il mercatismo ed un forte controllo da parte di uno Stato che risente del suo passato. Sulle nuove evoluzioni sociali pesano poi i rapporti con l’Africa ed il Medio Oriente. Un mondo in cui già si confrontano i disegni teocratici con quelli ispirati ad una democrazia di stampo occidentale. Nel breve periodo ci dovremo quindi confrontare con una serie di cambiamenti radicali a livello planetario. Mancano però le forze ed una formazione culturale per governare nel migliore dei modi questa fase delicatissima del confronto tra mercato e modelli politici. Passiamo ora alla gestione della cosiddetta crisi in sede europea. Nei prossimi anni il nuovo governatore della Banca centrale europea Mario Draghi giocherà un ruolo da protagonista. Condivide le critiche di chi lo accusa di essere legato al mondo della finanza internazionale? Qualche tempo fa persino Francesco Cossiga lo definì “un vile affarista”… Il vero problema non è rappresentato da Mario Draghi, che divenne direttore generale del ministero del Tesoro ai tempi della Democrazia cristiana essendo stato scelto da Guido Carli. Dobbiamo rompere lo schematismo della personalizzazione che ha sempre caratterizzato il dibattito tra le fila della sinistra. A suo modo di vedere Draghi sarà capace di riformare la Bce per renderla una vera banca centrale? Non sarà lui a decidere. Quando le forze che influiscono sulla tenuta e sulla gestione della Bce decideranno che è arrivato il momento di cambiare allora si cambierà. Fino a questo momento si è preferito tenere la banca di Francoforte in una posizione di estraneità rispetto alle dinamiche finanziarie. La sinistra ha sicuramente sbagliato sulla questione dell’unità monetaria. La limitazione di sovranità degli Stati nazionali per quanto riguarda la politica economica e la politica di bilancio rende possibile che i grandi Paesi possano imporre agli altri membri dell’Unione le proprie scelte. Non si è stati in grado di prevedere una gestione politica delle decisioni comunitarie che, in qualche modo, fosse in grado di compensare questa perdita della sovranità su tematiche cruciali per i singoli Stati. Con una certa incoscienza, si è finito per assecondare le tendenze tecnocratiche della finanza. Quindi possiamo tranquillamente affermare di essere un Paese a sovranità limitata... Lo eravamo già quando abbiamo accettato di aderire all’Unione europea ed all’unione monetaria. Non ci dobbiamo però dimenticare che la nostra Costituzione ammette la cessione di sovranità quando questo avviene sul piano della reciprocità. E questo non è avvenuto. Il governo di Monti avrà il dovere di spiegare come si starà in Europa, come ci si comporterà nei confronti di questa limitazione della sovranità e come si comporterà rispetto alle dinamiche geopolitiche nel bacino del Mediterraneo. L’altro giorno, il governo britannico ha detto che bisogna prepararsi all’opzione militare per cercare di risolvere i conflitti mediorientali. Ovviamente, il nostro governo non sa ancora come comportarsi rispetto ad una decisione di questo genere. Il nostro ruolo è quello di essere base di servizio rispetto a decisioni prese altrove. Un dato di fatto che viene nascosto da chi preferisce interrogarsi su quali debbano essere gli scopi di un’eventuale patrimoniale. Quanto hanno influito le dinamiche del secondo dopoguerra sulla limitazione della sovranità nazionale? Hanno sicuramente avuto un ruolo molto importante. Dagli anni cinquanta sino al termine della prima repubblica il vecchio sistema dei partiti è però sempre riuscito a mantenere una certa condizione di parità sul piano internazionale. Nella seconda repubblica abbiamo assistito all’avvento dell’unità monetaria e le forze politiche non hanno compreso l’importanza di questo fenomeno. Dall’estrema destra all’estrema sinistra tutti sono responsabili per non aver vigilato sulle modalità con cui veniva ceduto il nostro potere decisionale. Nessuno di quei governi ha saputo tutelarci in maniera efficacie. Come se materie quali il cambio, il bilancio e le politiche economiche nel loro complesso fossero delle questioni di secondaria importanza. Non si è fatto nulla per arrivare ad un unione di tipo politico con gli altri Paesi europei. Grazie alle mancanze di qualcuno, saremo costretti a subire decisioni come quelle assunte durante l’ultimo congresso della Cdu, dove la Merkel ha annunciato che si farà promotrice di una modifica dei Trattati che consenta di far uscire un Paese dall’unione monetaria senza uscire dall’Ue. Cosa dirà Monti su questo punto? Niente. Veniamo ad una prognosi sul futuro dei partiti. Viaggiamo verso una terza repubblica? Per il momento tutti i partiti esaltano il proprio suicidio. Non escludo che prossimamente i giovani possano dare vita a movimenti rivoluzionari. Organizzazioni che non saranno omogenee nei loro disegni politici. Al nord ci saranno pulsioni di stampo secessionista, al sud si chiederanno politiche idonee a garantire un determinato livello di sviluppo. Elemento di implosione che si aggiunge alla totale mancanza di fiducia nei confronti delle istituzioni. La popolazione ogni tanto finisce per affidarsi al demiurgo. Per il momento si è affidata al presidente della Repubblica, probabilmente fra sei mesi il Quirinale potrebbe essere sostituito da altre forze. Un atteggiamento volubile che testimonia come nel Paese manchi la coesione.

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Aggiornato il: 19 gennaio 2013

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