Una “riforma epocale” ha bisogno di “riformatori epocali”

  Lettera di Rino Formica al Foglio del 17 marzo 2011

Caro Direttore,

una “riforma epocale” ha bisogno di “riformatori epocali”.

Una “riforma epocale” costituzionale è una riforma radicale e profonda negli assetti e negli equilibri dei poteri previsti dalla Costituzione.

I “riformatori epocali” sono coloro che, animati da  spirito rivoluzionario, possono confliggere con i poteri costituiti con la forza della passione, depurata da ogni sollecitazione di vendetta occasionale e personale.

Per questa ragione i Costituenti vollero una Costituzione rigida non modificabile con una normale procedura legislativa, ma, invece, revisionabile solo attraverso un processo legislativo complesso (quorum elevato in  Parlamento con ricorso ad un referendum popolare in caso di insufficiente quorum qualificato).

Le proposte di revisioni costituzionali è bene che nascano in Parlamento e non  nel Governo.

Non  è irrilevante la previsione costituzionale del filtro del Presidente della Repubblica per l’inoltro in Parlamento dei progetti di legge governativi, mentre non vi è alcun controllo preventivo per la presentazione di disegni di legge da parte dei parlamentari o per iniziativa popolare.

La necessità della revisione costituzionale è oggi matura nella coscienza popolare.

Togliatti durante i lavori della Costituente vide la debolezza delle norme relative al funzionamento della Giustizia e così commentò il testo sottoposto all’approvazione dell’Aula:

“Riguardo alla Magistratura, nella Commissione a stento siamo riusciti a far prevalere l’affermazione del ritorno alla giuria, e qui ho sentito un onorevole collega protestare dicendo che questa è cosa che riguarda gli avvocati penalisti. No, questa è una questione che riguarda tutti i cittadini. Il principio per cui,  quando a un cittadino voi togliete dieci o venti anni della sua esistenza, o quando lo mandate a giudizio e lo condannate per delitto politico, egli ha diritto al giudizio dei suoi pari, è una delle più grandi conquiste della democrazia. Qui siamo senza dubbio in presenza di una di quelle tracce di spirito giuridico reazionario, che non siamo ancora riusciti a cancellare. La mia opinione è che nell’ordinamento della Magistratura avremmo dovuto affermare in modo molto più energico la tendenza alla elettività dei magistrati, il che ci avrebbe fatto fare un grande passo avanti per togliere il magistrato dalla situazione penosa in cui oggi si trova, di essere un sovrano senza corona e senza autorità. Soltanto quando sarà stabilito un contatto diretto tra il popolo, depositario della sovranità, e il magistrato, questi potrà sentirsi partecipe di un potere effettivo, e quindi godere della fiducia completa del popolo nella società democratica”.

Non c’è dubbio che il capitolo Magistratura trovò posto nella Costituzione con riserve largamente diffuse tra tutte le forze politiche.

La circostanza fu così riassunta dal Presidente della Commissione dei 75, on. Meuccio Ruini:

“Un altro compromesso, se vogliamo usare la brutta parola, è avvenuto per ciò che riguarda la Magistratura. Anche io sono un magistrato e credo alla necessità assoluta dell’indipendenza della Magistratura dal potere esecutivo. Mi hanno commosso le nobilissime parole dette dall’onorevole Orlando per questi uomini che vivono in povertà, sono pagati meno di un capo-spazzino di Vaselli e  soffrono dignitosamente ed adempiono con tanto valore le loro funzioni! Indipendenza sì, ma non si può farne un corpo chiuso, una corporazione, un mandarinato, che nasce alle origini dal concorso e si svolge, nel suo autogoverno, senza alcuna influenza della sovranità popolare. Si è sottratta la Magistratura alla dipendenza dal potere esecutivo; il che non vuol dire che, come vorrebbe il collega Zuccarini, debba sparire il Ministro della Giustizia. Vuol dire indipendenza in senso nobile e democratico; in quanto al Governo della magistratura ordinaria è dato un organo composto per metà di magistrati designati da essi stessi e per metà di membri del Parlamento. Credo che non sia un compromesso deteriore; è l’unico possibile in questa materia”.

Come è noto anche questo compromesso fu modificato (i magistrati passarono dal 50% al 66%).

Oggi la  revisione costituzionale del Titolo IV della Costituzione non è più un tabù. Per non farla naufragare su gli scogli del  settarismo giustizialista e  dei sempreverdi egoismi corporativi, occorre che la maggioranza parlamentare presenti in Parlamento il suo progetto di legge costituzionale già anticipato nel programma elettorale.

L’iniziativa darebbe forza alla proposta, la sottrarrebbe alla facile accusa di essere una manifestazione di vendetta del Capo del Governo ed obbligherebbe le altre forze parlamentari alla presentazione di altre proposte alternative di “riforme epocali”.

In un giorno lontano i nostri compagni, che avevano vissuto la fase  involutiva del passaggio dalla democrazia al fascismo ci spiegarono che per trovare la differenza tra riformisti e conservatori non  occorreva andare molto lontani, bastava l’esperienza quotidiana: i riformisti pongono i problemi maturi per  risolverli, i conservatori pongono i problemi marci per non risolverli.

Il problema della giustizia in Italia oggi, è ancora un problema maturo, ma tra poco può diventare un problema marcio.

 

                                                Rino Formica

 


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Aggiornato il: 19 gennaio 2013

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