" speciale

Relazione di Rino Formica alla Convention Socialista del 27 Gennaio

Cari Compagni,
Voi siete qui per un nuovo inizio.
Buona parte dei presenti, negli anni terribili della caccia ai socialisti, ha Cari Compagni,
Voi siete qui per un nuovo inizio.
Buona parte dei presenti, negli anni terribili della caccia ai socialisti, ha sofferto il peso di una lunga sosta tra forze politiche moderate e storicamente ostili alla propria causa.
Il ricordo ed il rispetto per il leader Bettino Craxi che trent’anni fa si assunse il faticoso compito di tirare fuori dalle secche del declino il Psi, non può essere rituale e meramente commemorativo.
Questi furono i temi dell’agenda di partito ereditati da Craxi nel ’76 al Midas?
Dieci punti erano all’o.d.g.
1. Come si può recuperare un partito rassegnato e sfibrato ad una sfida ardua contro il consociativismo dilagante che copriva i quattro quinti dell’elettorato;
2. come si possono ricomporre le divisioni della sinistra in una strategia di alternativa;
3. come si può governare un paese, attraversato dal terrore e dalla paura, con una sinistra divisa su strategie non unitarie;
4. come proseguire una collaborazione di governo con una democrazia cristiana in declino e sempre più arroccata su linee di progressiva sottomissione all’egemonia del Pci;
5. come affrontare i poteri antichi e dominanti, refrattari ad ogni azione di modernizzazione;
6. come imbrigliare i nuovi poteri ostili ad ogni vincolo ed interessati al prolungarsi della paura e del caos;
7. come ricomporre il quadro sociale nonostante il persistere degli effetti delle sbornie movimentistiche consumate all’insegna del “tutto e subito;
8. come frenare l’ondata ribellistica ed indirizzarla verso un mutamento istituzionale in equilibrio tra spinta di partecipazione e necessità d’autorità;
9. come attrezzare il Paese a fronteggiare i processi internazionali di integrazione e quelli nazionali di disgregazione;
10. come rinegoziare in un assetto stabile di alleanza una nuova gerarchia internazionale di potenze.

Questo era il panorama politico italiano nel luglio del 1976.

Ma su una questione oggi mi vorrei fermare. E’ la questione dei rapporti tra socialisti e comunisti durante la crisi storica della Dc degli anni 70/80.
Il sequestro di Aldo Moro nel marzo del 1978 chiude il ciclo trentennale dell’egemonia democratico-cristiana nel sistema politico italiano.
Nei cinquantacinque giorni del sequestro Moro i tre partiti-pilastri nella edificazione del sistema democratico repubblicano affrontano la crisi vera della prima repubblica: il declino dell’egemonia politica della Dc.
Una straordinaria manipolazione dell’informazione copre una rottura sistemica e la trasforma in una querelle tra fautori della fermezza e sostenitori della trattativa umanitaria.
In realtà la Dc non poteva affidarsi solo alla magia di Moro per evitare l’esaurimento di funzione di partito cristiano, giunto al potere non per un aumento della pratica cristiana e dello spirito religioso, ma per il crollo delle forze laiche e liberali tradizionali.
Il Partito Socialista nel Congresso di Roma del 1976, con la Segreteria De Martino, aveva proposto una strategia dell’alternativa che implicava”un diverso rapporto di forze tra Socialisti e Comunisti”.
Il disastro elettorale del Psi nel ’76 portò al Midas e alla segreteria Craxi.
Il Partito comunista, dopo il voto del 1976, si convinse che il Psi aveva esaurito il suo ruolo e che ormai si apriva una stagione a due: Dc e Pci, nell’immediato e nella prospettiva.
Perché parto dai drammatici giorni dell’aprile-maggio 1978 per affrontare il tema del cosiddetto duello a sinistra tra Craxi e Berlinguer?
Perché in quelle poche settimane si consumò il tragico gioco-verità tra Psi e Pci: la diversa valutazione della qualità e della profondità della crisi della Dc accecò i comunisti e illuminò di false speranze i socialisti.
Il dissidio tra socialisti e comunisti non è riconducibile alla contrapposizione: riformismo e rivoluzionarismo, gradualismo e antagonismo, sinistra di Governo e sinistra anti-sistema, socialismo dal volto umano e autoritarismo di sinistra, democrazia aperta e centralismo democratico, occidente ed oriente, Welfare europeo e terzomondismo, sono categorie e schemi che dicono poco, perché Pci e Psi, nella loro storia furono attraversati dallo stesso bene e dallo stesso male, sia pure in misura ed in epoche diverse.
Sino al 1945 la divisione tra socialisti e comunisti è un grande problema nazionale che interessa una vasta area popolare maggioritaria nella parte attiva, dinamica e decisiva per la rinascita dell’Italia.
Con il ’46-’48, cambia il quadro di riferimento del sistema politico. Le forze di popolo che si preparano a guidare il Paese sono tre: cattolici, socialisti e comunisti.
La Democrazia Cristiana assunse il ruolo di garante della pacificazione nazionale e dell’ordine occidentale e nell’affrontare la questione sociale si attestò su una linea neo-corporativa e statalista.
Fu così che nell’agire politico entrò di prepotenza il popolarismo cattolico che egemonizzò tutto il moderatismo italiano.
Da quel momento il campo della sinistra sociale (i sindacati) e della sinistra politica fu arato da tre grandi forze popolari: Dc, Psi, Pci.
La storia di ognuno di questi partiti entrò nella storia degli altri.
Le interferenze non furono di tipo riformistico, ma ebbero una forte valenza politica perché erano finalizzate a governare la transizione democratica e ad egemonizzare il sistema.
I tre partiti di massa non sono tre varianti di una comune strategia riformista.
La Dc non è un partito di difesa religioso, ma è aiutato dalla Chiesa ad isolare grandi quote di elettorato popolare dall’influenza della sinistra socialista e comunista.
Dopo la fase frontista ed unitaria, socialisti e comunisti non si sono divisi sulla costruzione di una comune prospettiva storica (l’alternativa di sinistra), perché questa era inconciliabile con l’appartenenza a due campi internazionali diversi. Essi si sono combattuti, lacerati e sgambettati nella definizione dei rapporti di governo o di opposizione con la grande forza popolare dei cattolici, destinata ad essere centro stabile e di equilibrio del sistema politico regolato dal bipolarismo mondiale.
Sul dopo ’68 e sul decennio degli anni ’70 si è scritto molto.
Ma è sempre rimasta nell’ombra una questione decisiva per una corretta valutazione degli effetti prodotti dal mutamento sistemico che affiorano negli anni ’70: i due pilastri della pace politica, la Dc ed il Pci non tengono più. Per la Dc comincia la fase di esaurimento della funzione di centro egemone nel rapporto governo-opposizione; per il Pci si apre una inedita stagione di perdita del ruolo: si frantuma il potere di un controllo assoluto di tutta la sinistra sociale e politica del paese.
Il problema dell’equilibrio e della rappresentanza dei partiti è in Italia molto diverso da quello di altri paesi europei, perché i partiti non sono soltanto i portatori della volontà politica dei loro elettori, ma sono anche, nella loro differenza costitutiva, il fondamento della legittimità nazionale.
Sta qui la vera ed unica anomalia del caso Italia: quella di una nazione che trae la sua identità direttamente dalle forze che esprimono le differenti opzioni politiche.
Queste forze hanno dunque, rispetto al loro carico di differenza politica, una nuova aggiunta che è quella di dover configurare contestualmente la volontà del Paese di esistere come comunità nazionale unificata attorno alle istituzioni.
Le istituzioni hanno il loro ultimo fondamento nel consenso di legittimità di tutte le forze politiche.
Negli anni ’70 la diagnosi socialista e quella comunista riconoscono la crisi costituzionale ma divergono sulle soluzioni, sui tempi del “passaggio di mano” e sugli effetti interni ed istituzionali che avrebbe prodotto l’innovazione della democrazia compiuta.
Craxi dopo l’elezione a Segretario del Partito , il 17 ottobre del 1976 così enunciava la sua strategia politica:
“La domanda legittima è: un’alternativa per quale socialismo?
La nostra risposta data in sintesi: un socialismo non burocratico e anti-autoritario.
Non un socialismo della miseria. Un socialismo europeo nella libertà. Da qui discende la necessità di un Psi forte ed autonomo, di un polo socialista della sinistra che rappresenti la garanzia, che segua quella che noi consideriamo la sola strada maestra del socialismo in Europa occidentale, tanto diversa dalle degenerazioni dispotiche che abbiamo visto in altri Paesi. Se il Pci si muove in questa direzione, ciò sarà sottolineato da noi in modo positivo. Se sta fermo o si muove in modo ambiguo lo incalzeremo con la nostra critica.
Quanto alla Dc, in essa si concentrano i fondamentali interessi del mondo conservatore.
E’ difficile ipotizzare una strategia per il socialismo che veda associata organicamente ed in posizione magari preminente la Dc, nel suo complesso.
Ho ribadito più volte il concetto di un polo socialista autonomo rappresentato in primo luogo dal Psi e dal suo proposito di costituire un elemento di propulsione e di coordinamento di tutte le forze della sinistra non comuniste, in piena autonomia rispetto alla Dc e al Pci.
Questa non è la dottrina del terzaforzismo.
Il terzaforzismo si pone in un’ottica di divisione delle forze di sinistra e noi in un’ottica di unità nella salvaguardia dei principi e delle caratteristiche di ciascuna”.
Berlinguer nel ’73, dopo gli eventi cileni, abbozza una teoria del compromesso storico, come progetto di soluzione della crisi democristiana e così si esprime:
“….La via democratica al socialismo è una trasformazione progressiva della intera struttura economica e sociale, dei valori e delle idee guida della nazione, del sistema di potere e del blocco di forze sociali in cui esso si esprime.
E’ il problema delle alleanze, il problema decisivo di ogni rivoluzione e di ogni politica rivoluzionaria. Ecco perché noi parliamo non di una <alternativa di sinistra> ma di una <alternativa democratica>, cioè della prospettiva politica di una collaborazione e di un’intesa delle forze popolari di ispirazione comunista e socialista con le forze popolari di ispirazione cattolica, oltre che con formazioni di altro orientamento democratico”.
La tesi del compromesso storico sino al ’75-’76 si muove, quindi, lungo lo schema togliattiano dell’accordo necessario con la Dc, ma è dopo le elezioni del ’78 e con il sequestro Moro del ’78 che matura l’idea che ormai la partita politica si gioca intorno alla definizione del rapporto tra Dc e Pci.
Sul finire degli anni ’70 le vie d’uscita strategiche alla crisi istituzionale della Dc erano due: il compromesso storico come rinegoziazione del patto costituzionale o l’alternativa della sinistra democratica a guida socialista.
La prima via era astratta, stravagante e confliggente con le spinte pluralistiche della società, e nella versione togliattiana era inapplicabile perché con gli anni ’60 il primo centro-sinistra aveva rotto lo schema chiuso ed organicistico della comunità nazionale e aveva sviluppato libertà e bisogno di partecipazione non inquadrata.
La seconda via aveva bisogno di tre elementi essenziali: la guida socialista, il riequilibrio delle forze delle due sinistre, il gradimento dei ceti medi produttivi e professionali sempre in bilico tra garanzia dell’esistente e gusto del cambiamento.
Il verificarsi di queste condizioni fu impedito dal Pci, perché avrebbe perso a vantaggio del Psi il suo primato politico sulla sinistra.
Questo fu il prezzo che Berlinguer ed i suoi successori si rifiutarono di pagare, preferirono umiliare il Pci davanti alla Dc piuttosto che porre in discussione il carattere di primo partito storico della sinistra che il Pci si attribuiva.
Gli anni ottanta sono gli anni dell’impazzimento della sinistra di opposizione: vi è tutto ed il contrario di tutto: l’alternativa e le larghe intese, il governo diverso ed il governo dei tecnici, l’unità delle sinistre ed il ritorno ai tempi bui del social-fascismo, il fronte sociale comune e la lacerazione sindacale, l’eurocomunismo e la richiesta del referendum contro gli euromissili, il produttivismo e l’ecologismo, l’alleanza dei produttori e la difesa di tutte le richieste di dilatazione della spesa pubblica.
Il partito è diventato il fine del partito.
La politica veniva messa in parentesi a vantaggio dell’agitazione.
Insomma con un’Italia diversa, il Pci tornava alle formule pan-negativa e viveva una curiosa stagione di modernizzazione: l’uso di strumenti nuovi per tornare ad una condizione antica.
E’ vero che con la segreteria Natta viene abbandonata la squalifica democratica del governo Craxi e viene archiviata la richiesta del governo diverso, ma è promosso il referendum sulla scala mobile. Si passa dall’appello alla base sindacale all’appello all’elettorato politico solo per rispetto alla memoria di Berlinguer.
Questo fenomeno indica una depoliticizzazione del Pci: il prevalere della sua struttura burocratica nella sua capacità di produzione politica. Si tratta, dunque, di un fenomeno molto diverso dalla crisi politica della Dc e, al tempo stesso, di un fenomeno parallelo.
Il Psi negli anni ’80 cerca nella linea della governabilità, la soluzione politica alla domanda di permanenza della democrazia in Italia.
Ma il punto cardine per il successo di tale strategia è la presa di coscienza da parte del Psi del carattere di crisi costituzionale, e non semplicemente di crisi politica del periodo che si viveva.
La fine dell’ipotesi di un governo diverso offriva al Psi l’occasione di sconfiggere l’altro disegno inaccettabile per le forze socialiste e laiche e per la democrazia italiana: la pretesa della Dc di De Mita di dare vita ad un blocco moderato con la Dc al centro.
Il disegno era semplice e chiaro: saldare con un rigoroso incontro la nullità della politica e la concretezza del potere.
La presidenza socialista può essere l’ostaggio di una politica affievolita e per questo rappresenta per la Dc un elemento non secondario del suo disegno. Nella sua arte del potere senza politica la Dc ha sempre saputo diminuire il suo livello politico conservando il suo profilo di potere.
Questa politica mira alla separazione di Craxi dal suo partito, cioè la sterilizzazione politica del Psi.
Il Psi non seppe elaborare una risposta a questa sfida. Il corpo politico del Psi non reagì: cominciò il lento e fatale processo di involuzione.
Solo i mediocri studiosi della nostra storia possono ridurre la frattura nella sinistra italiana, che si approfondì negli anni ’80, allo studio delle diverse qualità personali di Craxi e di Berlinguer.
Il cosiddetto duello a sinistra non fu limpido scontro tra due visioni della prospettiva politica della sinistra che doveva vincere con i suoi colori, perché i due partiti si illusero di poter vincere da soli con l’aiuto dei pezzi più affini della Dc. Tutto ciò avveniva mentre si apriva la crisi di ruolo della Dc.
Sia il Pci che il Psi non capirono le qualità della crisi di sistema che faceva da sfondo al declino democristiano. Essi furono vittime di antiche ambizioni. Il Psi si rassegnò nell’attesa dei tempi lunghi del riequilibrio a sinistra, ed il Pci fu dominato dal principio di continuità e di diversità.
Fu così che la crisi della Dc crollò addosso alla sinistra italiana, prima sul Psi che si frantumò e poi sugli eredi del Pci, condannati ad essere nell’anticamera di tutti i centristi di turno.
Craxi al Congresso di Bari del ’91, con grande onestà, di fronte alla marea montante dell’anti-politica, che seppe bene individuare, disse con pudore e con tristezza:
“In un libro- intervista di alcuni anni fa, Giovanni Spadolini ricorda e fa suo un significativo monito di Ugo La Malfa: <Se capeggiassi un movimento di rivolta al sistema – mi disse – avrei tre, quattro milioni di voti. Non li potrò mai avere questi voti. Sono un uomo del sistema, della democrazia, così come è nata dopo la Liberazione, mi muovo nel quadro dei partiti. L’ansia antipartitica che sta investendo il Paese non può essere accarezzata. Il compito di noi politici è di incanalarla, non di servirla o essere asserviti ad essa>”
E Craxi aggiunse di suo:
“penso che questo sia anche il compito nostro”.
Era l’annuncio di una difficoltà di sistema.
Il Pci salvò un po’ di truppe e tutta l’intendenza, ma ancora oggi deve inventare artifìci elettorali per sperare in un avallo del neocentrismo.
In politica, l’abilità tattica aiuta a sopravvivere, ma non favorisce una accumulazione di risorse di lungo periodo.
Non usciremo dal tunnel degli anni ’80 se la sinistra storica non avrà regolato i conti con la sua elaborazione teorica e con i suoi comportamenti pratici.
Le strade sono due. Una ha tempi lunghi: attendere l’arrivo di nuove generazioni, libere dai vincoli della memoria e intrise dei valori delle lotte dei nuovi tempi.
L’altra è più dolorosa ma più rapida: liberarsi dalla soggezione del centro dopo essersi liberati dal complesso della unità con la sinistra anti-sistema.
Ma questo non è il tema di oggi. Lo richiamo perché ritengo che gli errori e le debolezze degli anni ’80, non sanati e non assorbiti, aprono la strada ad altri ritardi, ad altre negligenze e ad altre pericolose illusioni.


Cari Compagni,
voi siete animati da una forte passione che vi spinge a riprendere una lotta antica ignorando ostacoli materiali e difficoltà tecniche. In questi casi vi è sempre il pericolo di fare la fine della generosa cavalleria polacca contro i carri armati tedeschi.
C’è un solo rimedio a questo nuovo ostacolo. Verificare se possediamo ancora la forza di quelle idee che nei sedici anni di Segreteria Craxi sconvolsero il mondo politico italiano.

Craxi cadde perché aveva osato.
Craxi cadde perché aveva previsto.
Craxi cadde perché aveva agito.
E’ vero, ma il fronte ampio delle ostilità si formò intorno ad una preoccupazione: Craxi aveva posto il problema della crisi dell’egemonia Dc nella vita di governo del Paese.

La sinistra storica oggi sarà oggetto delle stesse cure che subì Craxi perché è aperta la questione della guida del Paese dopo la crisi della cosiddetta II° Repubblica.

Cari Compagni,
fate che le sofferenze di Craxi e dei Socialisti che osarono non abbiano a ripetersi.




Roma, Hotel Summit
Commemorazione Craxi-27 genn. 06






offerto il peso di una lunga sosta tra forze politiche moderate e storicamente ostili alla propria causa.
Il ricordo ed il rispetto per il leader Bettino Craxi che trent’anni fa si assunse il faticoso compito di tirare fuori dalle secche del declino il Psi, non può essere rituale e meramente commemorativo.
Questi furono i temi dell’agenda di partito ereditati da Craxi nel ’76 al Midas?
Dieci punti erano all’o.d.g.
1. Come si può recuperare un partito rassegnato e sfibrato ad una sfida ardua contro il consociativismo dilagante che copriva i quattro quinti dell’elettorato;
2. come si possono ricomporre le divisioni della sinistra in una strategia di alternativa;
3. come si può governare un paese, attraversato dal terrore e dalla paura, con una sinistra divisa su strategie non unitarie;
4. come proseguire una collaborazione di governo con una democrazia cristiana in declino e sempre più arroccata su linee di progressiva sottomissione all’egemonia del Pci;
5. come affrontare i poteri antichi e dominanti, refrattari ad ogni azione di modernizzazione;
6. come imbrigliare i nuovi poteri ostili ad ogni vincolo ed interessati al prolungarsi della paura e del caos;
7. come ricomporre il quadro sociale nonostante il persistere degli effetti delle sbornie movimentistiche consumate all’insegna del “tutto e subito;
8. come frenare l’ondata ribellistica ed indirizzarla verso un mutamento istituzionale in equilibrio tra spinta di partecipazione e necessità d’autorità;
9. come attrezzare il Paese a fronteggiare i processi internazionali di integrazione e quelli nazionali di disgregazione;
10. come rinegoziare in un assetto stabile di alleanza una nuova gerarchia internazionale di potenze.

Questo era il panorama politico italiano nel luglio del 1976.

Ma su una questione oggi mi vorrei fermare. E’ la questione dei rapporti tra socialisti e comunisti durante la crisi storica della Dc degli anni 70/80.
Il sequestro di Aldo Moro nel marzo del 1978 chiude il ciclo trentennale dell’egemonia democratico-cristiana nel sistema politico italiano.
Nei cinquantacinque giorni del sequestro Moro i tre partiti-pilastri nella edificazione del sistema democratico repubblicano affrontano la crisi vera della prima repubblica: il declino dell’egemonia politica della Dc.
Una straordinaria manipolazione dell’informazione copre una rottura sistemica e la trasforma in una querelle tra fautori della fermezza e sostenitori della trattativa umanitaria.
In realtà la Dc non poteva affidarsi solo alla magia di Moro per evitare l’esaurimento di funzione di partito cristiano, giunto al potere non per un aumento della pratica cristiana e dello spirito religioso, ma per il crollo delle forze laiche e liberali tradizionali.
Il Partito Socialista nel Congresso di Roma del 1976, con la Segreteria De Martino, aveva proposto una strategia dell’alternativa che implicava”un diverso rapporto di forze tra Socialisti e Comunisti”.
Il disastro elettorale del Psi nel ’76 portò al Midas e alla segreteria Craxi.
Il Partito comunista, dopo il voto del 1976, si convinse che il Psi aveva esaurito il suo ruolo e che ormai si apriva una stagione a due: Dc e Pci, nell’immediato e nella prospettiva.
Perché parto dai drammatici giorni dell’aprile-maggio 1978 per affrontare il tema del cosiddetto duello a sinistra tra Craxi e Berlinguer?
Perché in quelle poche settimane si consumò il tragico gioco-verità tra Psi e Pci: la diversa valutazione della qualità e della profondità della crisi della Dc accecò i comunisti e illuminò di false speranze i socialisti.
Il dissidio tra socialisti e comunisti non è riconducibile alla contrapposizione: riformismo e rivoluzionarismo, gradualismo e antagonismo, sinistra di Governo e sinistra anti-sistema, socialismo dal volto umano e autoritarismo di sinistra, democrazia aperta e centralismo democratico, occidente ed oriente, Welfare europeo e terzomondismo, sono categorie e schemi che dicono poco, perché Pci e Psi, nella loro storia furono attraversati dallo stesso bene e dallo stesso male, sia pure in misura ed in epoche diverse.
Sino al 1945 la divisione tra socialisti e comunisti è un grande problema nazionale che interessa una vasta area popolare maggioritaria nella parte attiva, dinamica e decisiva per la rinascita dell’Italia.
Con il ’46-’48, cambia il quadro di riferimento del sistema politico. Le forze di popolo che si preparano a guidare il Paese sono tre: cattolici, socialisti e comunisti.
La Democrazia Cristiana assunse il ruolo di garante della pacificazione nazionale e dell’ordine occidentale e nell’affrontare la questione sociale si attestò su una linea neo-corporativa e statalista.
Fu così che nell’agire politico entrò di prepotenza il popolarismo cattolico che egemonizzò tutto il moderatismo italiano.
Da quel momento il campo della sinistra sociale (i sindacati) e della sinistra politica fu arato da tre grandi forze popolari: Dc, Psi, Pci.
La storia di ognuno di questi partiti entrò nella storia degli altri.
Le interferenze non furono di tipo riformistico, ma ebbero una forte valenza politica perché erano finalizzate a governare la transizione democratica e ad egemonizzare il sistema.
I tre partiti di massa non sono tre varianti di una comune strategia riformista.
La Dc non è un partito di difesa religioso, ma è aiutato dalla Chiesa ad isolare grandi quote di elettorato popolare dall’influenza della sinistra socialista e comunista.
Dopo la fase frontista ed unitaria, socialisti e comunisti non si sono divisi sulla costruzione di una comune prospettiva storica (l’alternativa di sinistra), perché questa era inconciliabile con l’appartenenza a due campi internazionali diversi. Essi si sono combattuti, lacerati e sgambettati nella definizione dei rapporti di governo o di opposizione con la grande forza popolare dei cattolici, destinata ad essere centro stabile e di equilibrio del sistema politico regolato dal bipolarismo mondiale.
Sul dopo ’68 e sul decennio degli anni ’70 si è scritto molto.
Ma è sempre rimasta nell’ombra una questione decisiva per una corretta valutazione degli effetti prodotti dal mutamento sistemico che affiorano negli anni ’70: i due pilastri della pace politica, la Dc ed il Pci non tengono più. Per la Dc comincia la fase di esaurimento della funzione di centro egemone nel rapporto governo-opposizione; per il Pci si apre una inedita stagione di perdita del ruolo: si frantuma il potere di un controllo assoluto di tutta la sinistra sociale e politica del paese.
Il problema dell’equilibrio e della rappresentanza dei partiti è in Italia molto diverso da quello di altri paesi europei, perché i partiti non sono soltanto i portatori della volontà politica dei loro elettori, ma sono anche, nella loro differenza costitutiva, il fondamento della legittimità nazionale.
Sta qui la vera ed unica anomalia del caso Italia: quella di una nazione che trae la sua identità direttamente dalle forze che esprimono le differenti opzioni politiche.
Queste forze hanno dunque, rispetto al loro carico di differenza politica, una nuova aggiunta che è quella di dover configurare contestualmente la volontà del Paese di esistere come comunità nazionale unificata attorno alle istituzioni.
Le istituzioni hanno il loro ultimo fondamento nel consenso di legittimità di tutte le forze politiche.
Negli anni ’70 la diagnosi socialista e quella comunista riconoscono la crisi costituzionale ma divergono sulle soluzioni, sui tempi del “passaggio di mano” e sugli effetti interni ed istituzionali che avrebbe prodotto l’innovazione della democrazia compiuta.
Craxi dopo l’elezione a Segretario del Partito , il 17 ottobre del 1976 così enunciava la sua strategia politica:
“La domanda legittima è: un’alternativa per quale socialismo?
La nostra risposta data in sintesi: un socialismo non burocratico e anti-autoritario.
Non un socialismo della miseria. Un socialismo europeo nella libertà. Da qui discende la necessità di un Psi forte ed autonomo, di un polo socialista della sinistra che rappresenti la garanzia, che segua quella che noi consideriamo la sola strada maestra del socialismo in Europa occidentale, tanto diversa dalle degenerazioni dispotiche che abbiamo visto in altri Paesi. Se il Pci si muove in questa direzione, ciò sarà sottolineato da noi in modo positivo. Se sta fermo o si muove in modo ambiguo lo incalzeremo con la nostra critica.
Quanto alla Dc, in essa si concentrano i fondamentali interessi del mondo conservatore.
E’ difficile ipotizzare una strategia per il socialismo che veda associata organicamente ed in posizione magari preminente la Dc, nel suo complesso.
Ho ribadito più volte il concetto di un polo socialista autonomo rappresentato in primo luogo dal Psi e dal suo proposito di costituire un elemento di propulsione e di coordinamento di tutte le forze della sinistra non comuniste, in piena autonomia rispetto alla Dc e al Pci.
Questa non è la dottrina del terzaforzismo.
Il terzaforzismo si pone in un’ottica di divisione delle forze di sinistra e noi in un’ottica di unità nella salvaguardia dei principi e delle caratteristiche di ciascuna”.
Berlinguer nel ’73, dopo gli eventi cileni, abbozza una teoria del compromesso storico, come progetto di soluzione della crisi democristiana e così si esprime:
“….La via democratica al socialismo è una trasformazione progressiva della intera struttura economica e sociale, dei valori e delle idee guida della nazione, del sistema di potere e del blocco di forze sociali in cui esso si esprime.
E’ il problema delle alleanze, il problema decisivo di ogni rivoluzione e di ogni politica rivoluzionaria. Ecco perché noi parliamo non di una <alternativa di sinistra> ma di una <alternativa democratica>, cioè della prospettiva politica di una collaborazione e di un’intesa delle forze popolari di ispirazione comunista e socialista con le forze popolari di ispirazione cattolica, oltre che con formazioni di altro orientamento democratico”.
La tesi del compromesso storico sino al ’75-’76 si muove, quindi, lungo lo schema togliattiano dell’accordo necessario con la Dc, ma è dopo le elezioni del ’78 e con il sequestro Moro del ’78 che matura l’idea che ormai la partita politica si gioca intorno alla definizione del rapporto tra Dc e Pci.
Sul finire degli anni ’70 le vie d’uscita strategiche alla crisi istituzionale della Dc erano due: il compromesso storico come rinegoziazione del patto costituzionale o l’alternativa della sinistra democratica a guida socialista.
La prima via era astratta, stravagante e confliggente con le spinte pluralistiche della società, e nella versione togliattiana era inapplicabile perché con gli anni ’60 il primo centro-sinistra aveva rotto lo schema chiuso ed organicistico della comunità nazionale e aveva sviluppato libertà e bisogno di partecipazione non inquadrata.
La seconda via aveva bisogno di tre elementi essenziali: la guida socialista, il riequilibrio delle forze delle due sinistre, il gradimento dei ceti medi produttivi e professionali sempre in bilico tra garanzia dell’esistente e gusto del cambiamento.
Il verificarsi di queste condizioni fu impedito dal Pci, perché avrebbe perso a vantaggio del Psi il suo primato politico sulla sinistra.
Questo fu il prezzo che Berlinguer ed i suoi successori si rifiutarono di pagare, preferirono umiliare il Pci davanti alla Dc piuttosto che porre in discussione il carattere di primo partito storico della sinistra che il Pci si attribuiva.
Gli anni ottanta sono gli anni dell’impazzimento della sinistra di opposizione: vi è tutto ed il contrario di tutto: l’alternativa e le larghe intese, il governo diverso ed il governo dei tecnici, l’unità delle sinistre ed il ritorno ai tempi bui del social-fascismo, il fronte sociale comune e la lacerazione sindacale, l’eurocomunismo e la richiesta del referendum contro gli euromissili, il produttivismo e l’ecologismo, l’alleanza dei produttori e la difesa di tutte le richieste di dilatazione della spesa pubblica.
Il partito è diventato il fine del partito.
La politica veniva messa in parentesi a vantaggio dell’agitazione.
Insomma con un’Italia diversa, il Pci tornava alle formule pan-negativa e viveva una curiosa stagione di modernizzazione: l’uso di strumenti nuovi per tornare ad una condizione antica.
E’ vero che con la segreteria Natta viene abbandonata la squalifica democratica del governo Craxi e viene archiviata la richiesta del governo diverso, ma è promosso il referendum sulla scala mobile. Si passa dall’appello alla base sindacale all’appello all’elettorato politico solo per rispetto alla memoria di Berlinguer.
Questo fenomeno indica una depoliticizzazione del Pci: il prevalere della sua struttura burocratica nella sua capacità di produzione politica. Si tratta, dunque, di un fenomeno molto diverso dalla crisi politica della Dc e, al tempo stesso, di un fenomeno parallelo.
Il Psi negli anni ’80 cerca nella linea della governabilità, la soluzione politica alla domanda di permanenza della democrazia in Italia.
Ma il punto cardine per il successo di tale strategia è la presa di coscienza da parte del Psi del carattere di crisi costituzionale, e non semplicemente di crisi politica del periodo che si viveva.
La fine dell’ipotesi di un governo diverso offriva al Psi l’occasione di sconfiggere l’altro disegno inaccettabile per le forze socialiste e laiche e per la democrazia italiana: la pretesa della Dc di De Mita di dare vita ad un blocco moderato con la Dc al centro.
Il disegno era semplice e chiaro: saldare con un rigoroso incontro la nullità della politica e la concretezza del potere.
La presidenza socialista può essere l’ostaggio di una politica affievolita e per questo rappresenta per la Dc un elemento non secondario del suo disegno. Nella sua arte del potere senza politica la Dc ha sempre saputo diminuire il suo livello politico conservando il suo profilo di potere.
Questa politica mira alla separazione di Craxi dal suo partito, cioè la sterilizzazione politica del Psi.
Il Psi non seppe elaborare una risposta a questa sfida. Il corpo politico del Psi non reagì: cominciò il lento e fatale processo di involuzione.
Solo i mediocri studiosi della nostra storia possono ridurre la frattura nella sinistra italiana, che si approfondì negli anni ’80, allo studio delle diverse qualità personali di Craxi e di Berlinguer.
Il cosiddetto duello a sinistra non fu limpido scontro tra due visioni della prospettiva politica della sinistra che doveva vincere con i suoi colori, perché i due partiti si illusero di poter vincere da soli con l’aiuto dei pezzi più affini della Dc. Tutto ciò avveniva mentre si apriva la crisi di ruolo della Dc.
Sia il Pci che il Psi non capirono le qualità della crisi di sistema che faceva da sfondo al declino democristiano. Essi furono vittime di antiche ambizioni. Il Psi si rassegnò nell’attesa dei tempi lunghi del riequilibrio a sinistra, ed il Pci fu dominato dal principio di continuità e di diversità.
Fu così che la crisi della Dc crollò addosso alla sinistra italiana, prima sul Psi che si frantumò e poi sugli eredi del Pci, condannati ad essere nell’anticamera di tutti i centristi di turno.
Craxi al Congresso di Bari del ’91, con grande onestà, di fronte alla marea montante dell’anti-politica, che seppe bene individuare, disse con pudore e con tristezza:
“In un libro- intervista di alcuni anni fa, Giovanni Spadolini ricorda e fa suo un significativo monito di Ugo La Malfa: <Se capeggiassi un movimento di rivolta al sistema – mi disse – avrei tre, quattro milioni di voti. Non li potrò mai avere questi voti. Sono un uomo del sistema, della democrazia, così come è nata dopo la Liberazione, mi muovo nel quadro dei partiti. L’ansia antipartitica che sta investendo il Paese non può essere accarezzata. Il compito di noi politici è di incanalarla, non di servirla o essere asserviti ad essa>”
E Craxi aggiunse di suo:
“penso che questo sia anche il compito nostro”.
Era l’annuncio di una difficoltà di sistema.
Il Pci salvò un po’ di truppe e tutta l’intendenza, ma ancora oggi deve inventare artifìci elettorali per sperare in un avallo del neocentrismo.
In politica, l’abilità tattica aiuta a sopravvivere, ma non favorisce una accumulazione di risorse di lungo periodo.
Non usciremo dal tunnel degli anni ’80 se la sinistra storica non avrà regolato i conti con la sua elaborazione teorica e con i suoi comportamenti pratici.
Le strade sono due. Una ha tempi lunghi: attendere l’arrivo di nuove generazioni, libere dai vincoli della memoria e intrise dei valori delle lotte dei nuovi tempi.
L’altra è più dolorosa ma più rapida: liberarsi dalla soggezione del centro dopo essersi liberati dal complesso della unità con la sinistra anti-sistema.
Ma questo non è il tema di oggi. Lo richiamo perché ritengo che gli errori e le debolezze degli anni ’80, non sanati e non assorbiti, aprono la strada ad altri ritardi, ad altre negligenze e ad altre pericolose illusioni.


Cari Compagni,
voi siete animati da una forte passione che vi spinge a riprendere una lotta antica ignorando ostacoli materiali e difficoltà tecniche. In questi casi vi è sempre il pericolo di fare la fine della generosa cavalleria polacca contro i carri armati tedeschi.
C’è un solo rimedio a questo nuovo ostacolo. Verificare se possediamo ancora la forza di quelle idee che nei sedici anni di Segreteria Craxi sconvolsero il mondo politico italiano.

Craxi cadde perché aveva osato.
Craxi cadde perché aveva previsto.
Craxi cadde perché aveva agito.
E’ vero, ma il fronte ampio delle ostilità si formò intorno ad una preoccupazione: Craxi aveva posto il problema della crisi dell’egemonia Dc nella vita di governo del Paese.

La sinistra storica oggi sarà oggetto delle stesse cure che subì Craxi perché è aperta la questione della guida del Paese dopo la crisi della cosiddetta II° Repubblica.

Cari Compagni,
fate che le sofferenze di Craxi e dei Socialisti che osarono non abbiano a ripetersi.

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