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15 Maggio  2006  - da Stampare e distribuire

Intervista a Rino Formica su Liberazione del 10 Maggio

 

Intervista a Rino Formica, parlamentare, ministro, dirigente del Partito socialista italiano.

Una delle figure in grado di leggere la realtà e di interpretare la politica che si sta recitando in questi giorni nel “palazzo” «Il Paese ha i piedi nel nuovo ciclo ma la testa nel vecchio» Gemma Contin Rino Formica, classe 1927, parlamentare, ministro, dirigente del Partito socialista italiano.

 Rimane una delle figure in grado di leggere la realtà e di interpretare la politica che si sta recitando in questi giorni nel “palazzo” e fuori, dove si decide.

Ma cosa?

Lo abbiamo intervistato. Onorevole Formica, in Parlamento si vota “in bianco”.

Ci spiega questo questo “gioco” astruso?

Il voto in bianco in passato veniva utilizzato perché vi era una situazione di incertezza: sulla soluzione di ordine generale, sulla tenuta interna dei gruppi. In questo caso le due incertezze si sommano. In queste votazioni delicate è significativa anche la segnalazione minima: dieci voti indicano un nome “in grembo”; venti si astengono ma annullano della scheda, un segno di latente ribellione. Insomma, la scheda bianca è una “segnalazione”.

E in questo caso?

Credo che oggi sia un po’ diverso. In passato noi vivevamo in un regime di forte democrazia organizzata, in cui la scheda bianca segnalava anche che vi era una maturazione in corso nella formazione di un’opinione, di un orientamento. Un’indicazione che veniva accettata dai gruppi dirigenti che lavoravano intorno a una progettualità, e anche intorno a dei compromessi. Ma sempre dei compromessi che nascevano dall’incontro di forze reali, vive, non disgregate. Sotto certi aspetti anche la scheda bianca era un indicatore razionale di uno “stato dell’arte”.

 Adesso, invece?

Adesso la scheda bianca può anche significare che lo “sfogo” elettorale segnala una situazione di insofferenza negli elettori, sia in platee grandi che in platee ristrette come in questo caso, perché lo scontro politico è stato soffocato nelle sedi tradizionali. Nessuno oggi, all’interno delle formazioni politiche, né nel centrosinistra né nel centrodestra, ha aperto un dibattito sulla soluzione non nominalistica ma “politica” da dare al problema, che se non è politico allora non interessa le istituzioni e non interessa il Paese, ma se è politico non può non avere dietro di sé che la costruzione democratica di un consenso.

Qualche nome è stato fatto.

Anche questo è un “espediente”, dove nessuno ha fatto il nome di un candidato che abbia dietro di sé l’assunzione di responsabilità ufficiale non dico di uno schieramento intero ma neppure di un intero partito.

 Perché, secondo lei?

Perché ci troviamo di fronte a una situazione anomala: la destrutturazione del modello di democrazia organizzata che hanno i partiti.

Una teoria della fine degli Anni Settanta con la cosiddetta “demolizione della partitocrazia”, un assalto che nasce in aree minoritarie, contestative, sia di destra che di sinistra, che ebbe le manifestazioni più vistose nel terrorismo, ma anche un terreno di coltura molto fertile sia a sinistra, con i radicali, sia a destra, con il leghismo.

Un’ondata antipartitocratica che si portava dietro, come sempre avviene quando non vi è un progetto sostitutivo, i residui malati del populismo, del poujadismo, del corporativismo scatenato.

Sono passati quindici anni. In questi quindici anni è passata di fatto la dottrina antipartito, cioè quella della partitocrazia come “male”, ma è passata anche - come riflesso del crollo delle grandi ideologie del Novecento che si identificarono nel bene e nel male con la “politica” tout court - una miscela esplosiva identificata nella vulgata comune come “crisi della politica”.

 Arriviamo allo stallo istituzionale. L’effetto congiunto: annebbiamento della politica e crisi del partito politico, porta a una oggettiva impresentabilità delle decisioni dei partiti, da una parte e dall’altra. Insomma, se oggi tu guardi bene, il pudore dei partiti ad avanzare ufficialmente non solo una candidatura ma una proposta di sostegno, una proposta politica, una visione politica di soluzione dei problemi, è diventata paura.

 Come se ne viene fuori?

Quello che non si è capito a sinistra è che anche eventi spettacolari come le cosiddette “primarie” sono una forma di evasione dal problema. Insomma, tendenze o sondaggistiche da una parte o “plebiscitarie” dall’altra sono roba da ridere. Prima, il “festival del tortellino” era un elemento di socializzazione seria.

Ma è cambiato il mondo.

Sì, e si sono costruiti modelli di costituzione materiale in cui la trasfusione avvenuta in questi quindici anni nel sistema delle regole non scritte ha fatto sì che siamo passati da una repubblica parlamentare a una repubblica presidenziale. Tutto è avvenuto nel corso di tre mandati presidenziali. Primo fu Pertini, nel tentativo di uscire dall’ombra del terrorismo: una risposta emotiva a un dramma reale; poi ci fu la lucidità di Cossiga, che pose problemi seri. Bisognerebbe riprendere alcuni suoi atti ufficiali sull’esaurirsi di un impianto costituzionale che apparteneva a una storia diversa: la Resistenza, la Liberazione, la caduta del fascismo. Quando si esaurisce quella matrice è necessaria una sua revisione. Non vuol dire che vanno distrutti i principi, ma che vanno vivificati e rianimati.

Si disse allora “la Costituzione non si tocca”.

Sì, ci fu in Parlamento l’invettiva di Scalfaro contro Cossiga. Lì comincia quella lunga storia di “cecità politica”. Lì si acceca il sistema politico italiano. Cossiga fece poi tre atti pubblici: il discorso del 31 dicembre ’91, la lettera del gennaio ’92 di abbandono della Democrazia cristiana, il discorso al Paese del 21 aprile ’92 in cui annunciava le dimissioni anticipate. Tre atti ufficiali che sono la radiografia disattesa della crisi strutturale democratica del Paese.

E oggi?

Il Paese ha i piedi nel nuovo ciclo ma la testa nel vecchio. Siamo di fatto in una repubblica presidenziale ma non avviene, come dovrebbe in una repubblica presidenziale, che candidature, programmi e schieramenti di forza siano alla luce del sole, con una ufficiale e legale partecipazione. Siamo invece all’intrigo. Dobbiamo tornare alla questione dal fondo. Perché se non andiamo alla “sorgente del male”, possiamo attenuare, contenere, rinviare o “dolcificare” una materia molto amara. L’origine è il problema non risolto della democrazia italiana, passata da un modello di democrazia organizzata a un modello di democrazia disorganizzata. La vera crisi è la crisi del partito politico che giunge nella sua fase terminale della malattia, di saturazione storica della sua funzione, non sostituito da un revisionismo della democrazia organizzata ma dalla sua perpetuazione “a consumo” e alla dissacrazione continua. Adesso bisogna votare per il Capo dello Stato. Sì, e a questo punto bisogna che ognuno riveda in casa sua. La politica si sta esaurendo e dà il peggio di sè stessa, non il meglio. Negli anni della transizione ci sono state due grandi illusioni: che tutto potesse avvenire senza traumi politici, mentre il medico studiava la malattia; e che la crisi di carisma istituzionale fosse sostituita dal carisma personale, che ha prodotto ectoplasmi nell’una e nell’altra parte: Berlusconi e Prodi sono la stessa cosa. Questa è una crisi di classi dirigenti, perché negli Anni Ottanta la generazione che doveva preparare nuovi uomini a migrare dalla tradizione al cambiamento, li cooptò invece secondo la tradizione e la fedeltà. Quindi abbiamo avuto il formarsi di burocrati minori o di trasformisti. Mediocri mezze maniche oppure intelligenti conduttori di transumanze. Oggi ci troviamo di fronte a debolezze strutturali della classe dirigente perché i migliori sono i campioni della transumanza, i peggiori sono mezze maniche.

Lei cosa prevede?

Vale per il centrosinistra, perché ha i numeri di maggioranza, ma sarebbe valso a parti invertite anche per il centrodestra.

Il problema oggi qual è?

il candidato “tradizione e cambiamento” non passa; il candidato “tradizione e fedeltà” è più rassicurante.

Cosa vuol dire?

vuol dire che c’è il peso dei quindici anni in cui non si è risolto il problema che ipotecherà altri quindici anni.

 

Alcuni articoli dalla Rassegna Stampa Giornaliera di Domani Socialista

ARTICOLI DALLA RASSEGNA STAMPA GIORNALIERA

L’Ungheria resta ai socialisti - Corriere della Sera
24-04-2006
La Moroni passata con Forza Italia- Gazz Mezzogiorno 04-05-2006
ROCCELLA JONICA.Rosa nel pugno per i Socialisti ( Rosa Pugno un errore) - Il Quotidiano Calabria
NApoli.La Rosa fuori dal Pugno - Il riformista 05-05-2006
Rino FORMICA opinioni su Amato al Quirinale - da il Foglio 05-05-2006
Rino Formica sul Foglio. Ancora su Amato al Quirinale- Il foglio 05-05-2006
La Spezia. Acque agitate nei Socialisti. Attacco ai vertici. - da La Nazione 05-05-2006
La Spezia. I Socialisti firmano un patto di unità. - Il Secolo XIX 07-05-2006
Intervista a Rino Formica - da Liberazione 10-05-2006
La gioia del Pse: grande europeista - Il Mattino 11-05-2006
Quel Comunista Socialdemocratico - da Il Corriere della Sera 11-05-2006
Pertini, Interventista nel Solco Costituzionale - Corriere della Sera 13-05-2006
Dissidenti diessini contro il Partito Democratico -l'Opinione 14-05-2006
Stefania Craxi: mio padre sbagliò su Amato Giuliano è un vero socialista riformista -Corriere 15-05-2006
Puniti dai Ds, delusi dalla Rosa: Maretta tra i Socialisti (O.Del Turco) - Il Giorno - La Nazione 15-05-2006
 NOTIZIE & EVENTI
 
ELEZIONI  AMMINISTRATIVE 28  MAGGIO 2006

  Alcuni dei candidati della 
  Costituente Nazionale Pse

CALABRIA - ELEZIONI COMUNALI
ISOLA CAPO RIZZUTO

CALABRIA - ELEZIONI COMUNALI
DI TROPEA

 LUIGI ROCCA
CANDIDATO A SINDACO

 

 
 
Luigi Rocca è Candidato a Sindaco per il Comune di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, a capo della lista civica " Insieme - Liberi per Cambiare"

 SANDRO D'AGOSTINO
CANDIDATO AL CONSIGLIO

 

 

Sandro D'Agostino è candidato al Consiglio Comunale di Tropea, in provincia di Vibo-Valentia, con la lista civica "Tropea per l'Unione " 

LAZIO - ELEZIONI MUNICIPIO 1 DEL COMUNE DI ROMA 

LAZIO - ELEZIONI MUNICIPIO 6 DEL COMUNE DI ROMA 

 ALDO TORCHIARO
CANDIDATO AL CONSIGLIO DEL MUNICIPIO 
1 DI ROMA

 

Aldo Torchiaro è candidato per la carica di consigliere al Municipio 1 di Roma come indipendente nella lista della " Rosa nel Pugno"

ROSARIO DE MAIO CANDIDATO AL CONSIGLIO DEL MUNICIPIO 6 DI ROMA

 
Rosario dei Maio è candidato per la carica di consigliere al Municipio 6 di Roma come indipendente nella lista della " Rosa nel Pugno"

DAVIDE REGA E' STATO ELETTO CONSIGLIERE COMUNALE

FRIULI - RONCHI DEI LEGIONARI

Davide Rega è stato eletto, nelle consultazioni elettorali che si sono tenute il 14 Aprile 2006,  consigliere Comunale  al Comune di Ronchi dei Legionari, in provincia di Gorizia . Rega si era presentato come candidato a sindaco a capo della lista civica "  Borgata di Sole " ottenendo più del  7% dei consensi.

 
 Lettere . Riceviamo e Pubblichiamo

LETTERA A MACALUSO

Macaluso intervieni, la Rosa nel Pugno non esiste

Caro Macaluso,

la rosa nel pugno non esiste. Esiste un Partito radicale che si chiama Rosa nel Pugno. I socialisti hanno realizzato il suicidio più velocedella loro lunga e travagliata vita: un vecchio squalo della politica corsara italiana è riuscito a divorarli in un solo boccone metabolizzandoli nella "laicità" e nella piattaforma programmatica e nell'agenda dei radicali.L'esclusione della difesa dei diritti collettivi e di tutta la storia e l'anima socialista non poteva essere più netta.
Turci e gli altri compagni ds che lo hanno seguito hanno fatto un pessimo affare. Avrebbero dovuto leggersi bene il punto sedici dei trentuno punto della Rosa nel Pugno che preveda la costituzione in Italia della subagenzia Cia Ned (famosa per aver foraggiato e fornito tutti l'equipaggiamento alla rivoluzione arancione) e dovrebbero chiedersi perchè il gruppo dirigente radicale diserta le manifestazioni del 25 aprile.I valori della Resistenza definiti mirabilmente da Piero Calamandrei vengono sbeffeggiati dal signor Pannella e dai suoi sodali.Pannella ed i suoi sono pronti ad affondare il coltello sulla gola dell'Unione e renderanno tribulata la vita del governo. E' una vera fortuna che non abbiano senatori. Già da oggi saremmo in piena crisi. Mi dispiace molto la fine fatta dal mio vecchio e glorioso Partito il Psi che io lasciai nell'87 perchè detestavo (e detesto) il craxismo che avevo ritrovato nello Sdi di Boselli ora finito e, cosa terribile, finisce pure la grande tradizione socialista dal momento che i ds vanno nel partito democratico ed a sinistra resta soltanto Rifondazione ed i comunisti di Diliberto che non hanno alcuna radice nel socialismo riformista. Caro Emanuele, tu che hai una grande influenza sui riformisti della sinistra italiana, riesamina tutta la questione della Rosa nel Pugno e intervieni finchè abbiamo ancora un pò di tempo. 26 Aprile 2006

Pietro Ancona - Già segretaro generale della CGIL Siciliana

 Brevi News &  Eventi Selezionati da Domani Socialista

Da Leggere, I Libri dei due Dirigenti della Costituente PSE

 

L'attualità del Socialismo
liberale di Carlo Rosselli

di Luigi Rocca

Prefazione di Antonio Landolfi

Piero Lacaita Editore, 2006. 

ESTRATTO DEL LIBRO:
A questo proposito, Stuart Mill non fece mancare il proprio impegno politico, con la creazione insieme a Giuseppe Garibaldi – socialista deluso dall’esperienza della Prima Internazionale di Marx – della Lega per la libertà, la pace e gli Stati uniti di Europa,

che raccolse intellettuali e politici liberali e socialisti di ogni parte di Europa.Con il trascorrere del tempo il pensiero liberalsocialista andò accompagnandosi alla verifica revisionista del marxismo, soprattutto nell’epoca a cavallo tra il XIX ed il XX secolo. Nella quale si può già marcare una differenza tra pensiero socialista liberale e pensiero liberalsocialista. Il primo è connotato dalla radice originaria socialista, o addirittura marxista, da cui si muove la revisione ideologica che conduce ad accogliere nell’ambito del pensiero originario le istanze profonde del liberalismo, amalgamandole con l’iniziale impianto concettuale di natura socialista. Per il secondo, sull’impianto originario liberale s’inseriscono istanze di carattere socialista.La differenza semantica marca cioè una diversità di percorso nell’elaborazione concettuale. Ma il risultato è pressoché identico.Un ruolo decisivo per lo sviluppo del liberalsocialismo fu quello svolto dai fabiani, che per primi avvertivano il rischio di un collettivismo statalistico, e proponevano, per eliminarlo, che la proprietà pubblica dei mezzi di produzione fosse gestita da cooperative di produttori agricoli, mentre i servizi dovevano andare in gestione ai municipi. I fabiani programmarono anche interessanti forme di democrazia industriale, che anticipavano quelle che in tempi successivi divennero i progetti di autogestione e di partecipazione dei lavoratori alla direzione ed alla proprietà delle imprese.Quel che però restava prioritario nel loro pensiero era la concezione che la responsabilità sociale delle istituzioni risultava indispensabile per riequilibrare le disuguaglianze sociali, e per realizzare

Il Comune Riformista
Le giunte di sinistra al governo di Milano 1975-1985
di Enrico Landoni
 
Prefazione di Maurizio Punzo

Testimonianze di Aldo Aniasi e Carlo Tognoli

Casa Editrice
Publishing srl Milano
Tel. 02-89423416 
E-mail: mbpub@tin.it


DALL'INTRODUZIONE : Le elezioni del 1975 rappresentano un vero e proprio sconvolgimento della vita politica italiana, in quanto il Partito Comunista ottenne un numero di voti di poco inferiore a quelli della Democrazia Cristiana. Tale risultato, confermato dal voto politico dell'anno successivo, contribuì alla nascita dei governi di solidarietà nazionale , che dopo, quasi trent'anni , riportavano i comunisti nella maggioranza governativa .

La principale conseguenza fù per quella di disegnare una mappa completamente nuova dek potere locale, con la nascita di Giunte di sinistra anche in tutte le grandi città in cui fino a quel momento aveva dominato la DC. Milano non fece eccezione ed ebbe anch'essa, per la prima volta, una Giunta di sinistra , per la cui costituzione fu, come altrove, determinante la decisione del Partito Socialista di considerare superata la vecchia alleanza di centrosinistra. Anche se inserita in una tendenza che su estendeva a tutta Italia, la svolta milanese era particolarmente importante, in quanto proprio a Milano il centro-sinistra era nato nel gennaio 1961, con la formazione della Giunta Cassinis.

un’equa distribuzione della ricchezza, con un sistema globale di sicurezza sociale.La cultura Fabiana rappresentò in tal modo la premessa per la costituzione del sistema dello Stato sociale, come prodotto dell’incontro storico tra pensiero socialista riformista e la scuola del liberalismo sociale, mostrando soprattutto la compatibilità dell’economia di mercato con la scelta dell’utilitarismo marginalista propugnata da Jevons, e la progettazione di un sistema sociale avanzato ed organico, nel quale le istituzioni democratiche, dalle autorità pubbliche centrali a quelle periferiche, erano chiamate a svolgere un ruolo essenziale.I fabiani contrapposero all’utopismo rivoluzionario marxista l’utopia di una rivoluzione “by Act of Parliament”.L’esperienza fabiana creò quel clima di vigoroso revisionismo di cui si nutrì la vigorosa opera teorica e politica di Eduard Bernstein, il quale, nel corso del suo esilio in Gran Bretagna, aveva frequentato intimamente il vecchio Engels, che già si era orientato a riconoscere l’importanza delle istituzioni democratiche liberali, ed aveva avuto modo di frequentare i circoli fabiani ed approfondire il lavoro teorico che in essi veniva svolto. Bernstein, divenuto anche l’erede della proprietà letteraria di Marx ed Engels, sviluppò l’iniziativa revisionistica in senso socialista liberale, e si adoperò per diffonderla negli ambienti della socialdemocrazia tedesca, che era considerata a ragione la più autorevole tra le forze socialiste nel mondo. Già nel 1899 karl kautsky, riconosciuto come la guida teorica della Spd, aveva intuito che “nel socialismo democratico esistevano due indirizzi che si differenziavano per il metodo nella ricerca teorica, ma a volte anche nella tattica della pratica”. Due anni dopo, il praghese Tomas Masarik, che può essere annoverato a buon diritto tra gli antesignani del liberalsocialismo, e che sarà assassinato dai comunisti cechi nel 1947 quando era a capo della Repubblica Cecoslovacca, annunciata senza remore la crisi del marxismo.Per Bernstein non apparve sufficiente la distinzione che ormai da più parti si avanzava nelle file del socialismo internazionale tra gradualismo riformistico e rivoluzionarismo utopistico e volontaristico. Egli vide anche il pericolo che tale distinzione alla lunga avrebbe nuociuto al socialismo riformistico, perché lo avrebbe relegato in una posizione sterile, meccanicistica ed iperrealistica, sostanzialmente trasformistica: priva di ogni spiritualità, ed incapace di astrazione. E questo avrebbe favorito quelle posizioni giacobine, rivoluzionaristiche, che assumevano impostazioni utopistiche ed addirittura messianiche, critiche di un riformismo “senz’anima”ed in grado di affascinare le masse, sia pure ingannandole.Perciò Bernstein operò un salto di qualità di eccezionale importanza. Egli partì, certo, dalla presa di coscienza della crisi del marxismo, di cui dimostrò l’inadeguatezza dell’analisi economica e sociale. Ma andò ben oltre. Pose le premesse per superare la teoria della lotta di classe, come quella dell’inevitabilità della guerra, per auspicare l’evoluzione della socialdemocrazia da partito di classe a partito di popolo, e per assumere le posizioni ispirate all’etica kantiana della giustizia come “imperativo categorico dello spirito umano”, e dell’universalità della pace.In tal modo Bernstein offriva alla socialdemocrazia l’occasione per recuperare quelle motivazioni spirituali ed utopistiche che la dogmatica del materialismo dialettico e del materialismo storico avevano finito per inaridire. Una posizione, la sua, che lo condusse ad assumere una posizione critica nei confronti della Spd, tanto sul piano della politica economica e sociale, in quanto rifiutava il concetto di “pace sociale”che a suo giudizio indeboliva il concetto di “giustizia sociale”ed appariva un’acquiescenza al bisogno di ordine dell’autoritarismo prussiano, quanto sul piano internazionale, perché in coerenza con l’etica kantiana egli assunse nel 1914 una posizione pacifista ad oltranza, che lo portò a votare contro la guerra in Parlamento. Il marxismo limitò per un decennio l’influenza del pensiero di Bernstein sul movimento socialista, che intanto subiva le scissioni e la lotta che contro di esso conducevano i leninisti che si erano raccolti nell’Internazionale comunista.Alla fine degli anni Venti, la crisi economica internazionale rilanciava il tema della giustizia sociale e della necessità di interventi correttivi del capitalismo; l’espansione dell’area del totalitarismo dall’Italia alla Germania, oltre che all’Unione Sovietica, costringeva il movimento socialista a prendere consapevolezza della fondamentale esigenza di difesa della libertà e delle istituzioni democratiche; infine, l’approssimarsi degli eventi bellici, nella seconda metà degli anni Trenta, riportò in primo piano le ragioni del pacifismo, come opposizione alla guerra ed al totalitarismo, cancellando brutalmente le illusioni della Pace di Versailles.Tutte queste condizioni offrirono un terreno per l’espansione dell’influenza del pensiero bernsteniano nei partiti dell’Internazionale operaia socialista, la cui maggioranza si orientò in senso favorevole al revisionismo bernsteniano, che offriva tra l’altro motivazioni più incisive da contrapporre alle accuse deliranti di “socialfascismo”e di tradimento, portate contro la socialdemocrazia dal Comintern.Soprattutto il diffondersi nell’area socialista – specie nel Nord dell’Europa ed in Gran Bretagna – delle idee di Bernstein di tolleranza, di giustizia sociale, di difesa della libertà, di superamento del materialismo filosofico e storico del marxismo, rappresentò un’apertura sempre più ampia a quelle correnti di pensiero liberale non conservatore, che pur non provenendo dall’esperienza socialista, trovavano punti di contatto sempre più intensi con questa nuova fisionomia che la socialdemocrazia andava assumendo, grazie alla metabolizzazione delle idee di Bernstein. In questo clima rinnovato, in molti paesi correnti e personalità liberali progressiste (come correnti cristiane ed anche cattoliche avanzate) si avvicinarono o confluirono nei partiti socialdemocratici, creando in esse una sintesi felice tra socialismo e liberalismo. Ed operarono insieme per la costruzione di quelle fondamenta dello Stato sociale, che andrà a compimento subito dopo la tragedia del secondo conflitto mondiale. Emblematica resterà la figura di Lord Beveridge, come quella di Bertrand Russell, o anche dello stesso Karl Popper, che non fecero mai mistero della loro scelta politica, pur ovviamente non essendo uomini di partito, né intellettuali di “accompagnamento”, ma offrendo un contributo essenziale allo sviluppo delle idee liberali e socialiste. Oppure, negli Usa, degli intellettuali impegnati nel new deal, roosveltiano, che sostanzialmente rappresentò la versione statunitense della congiunzione tra socialismo e liberalismo.La positività dell’intervento pubblico nell’economia per correggere gli effetti negativi degli eccessi di liberismo messi in evidenza nella crisi economica cominciata nel 1929, fu dimostrata dal new deal e dalle proposte dell’economia keynesiana, del tutto compatibile con l’economia di mercato. Si trattava, almeno per quel periodo, di proposte molto più positive rispetto alle politiche iperliberistiche che erano state praticate con effetti disastrosi. I sistemi di “economia mista”che andavano nascendo un po’dappertutto costituivano il punto d’incontro tra le due forme di politica economica, per lungo tempo considerate antitetiche.In questo quadro emerge una componente nuova, che più propriamente si avvicina anche semanticamente al concetto di “liberalsocialismo”, in quanto è promossa da personalità che provengono dal mondo liberale e non da quello socialista, e che quindi non sono state partecipi di quel moto revisionistico interno alla cultura del socialismo, che aveva trovato il suo massimo epigono in Bernstein.Tra queste personalità spicca quella di Carlo Rosselli, che nella sua opera, Socialismo liberale, traccia le linee di fondo di una scelta decisiva tra il socialismo materialistico e deterministico (in cui includeva forse ingiustamente lo stesso riformismo italiano) foriero di tentazioni statalistiche ed autoritarie, responsabile della crisi della democrazia in Italia ed in altre Nazioni europee, ed un socialismo impregnato di etica kantiana, aperto ad una visione anche spirituale della lotta politica e quindi escatologico, con finalità rivolte al perseguimento della giustizia in ogni campo della vita della comunità, e con la libertà ritenuta inscindibile dalla giustizia. Un socialismo che accetta il libero mercato come fattore di sviluppo, ma che vede nello strumento dell’intervento pubblico un fattore di crescita e di lotta alle disuguaglianze sociali (Rosselli era stato uno dei primi convinti sostenitori delle idee di Keynes) e sostenitore di un’organizzazione dello Stato fortemente fondato sulle autonomie locali (un’idea ereditata dal socialismo fabiano).Carlo Rosselli diede vita al movimento di Giustizia e Libertà in piena autonomia rispetto al movimento socialista italiano ed internazionale, anche perché le sue idee furono accolte in modo a dir poco ingeneroso (soprattutto per incomprensione) da molti. Con il suo pensiero e con la sua azione, conclusasi con la spietata esecuzione insieme con il fratello Nello da parte dei “cagilarsds”francesi su mandato del governo fascista, Carlo Rosselli si staglia come uno dei grandi protagonisti della sinistra italiana ed europea del secolo ventesimo.Con lui nasce quel “socialismo liberale”che può essere considerato come la “rivoluzione antieconomicistica”del socialismo, cioè una riscoperta delle sue radici culturali ed etiche appannate dal materialismo deterministico. Un’autentica “riforma protestante”liberatrice dal dogmatismo marxista, imperante sia nella tragica versione leninista e poi stalinista, sia dall’interpretazione della stessa socialdemocrazia tradizionale, che era ormai anch’essa tutta da rinnovare dopo la crisi della prima guerra mondiale.Rosselli fu accusato di volontarismo per la sua duplice contrapposizione sia al tatticismo del “tanto peggio, tanto meglio”che portava i partiti del komintern ad una neutralità che era un sostanziale favoreggiamento del nazifascismo; ed allo stucchevole pacifismo nei confronti del pericolo hitleriano e mussoliniano dell’Internazionale Operaia e Socialista, che obbligava le democrazie al disarmo imbelle nei confronti della minaccia della guerra, concretizzatasi con il conflitto in Spagna. Macchiato o meno di volontarismo, l’intervento antifascista nella penisola iberica fu un successo della filosofia politica di Rosselli, anche se si concluse con una sconfitta repubblicana. E l’autore di “Socialismo liberale”smentì sul piano della lotta ad oltranza per la libertà la vulgata secondo la quale il tipo di azione per la giustizia e per la libertà da lui propugnato fosse una progressiva capitolazione agli interessi della borghesia capitalistica e reazionaria. Come sostenevano i rivoluzionari ed estremisti, od anche qualche riformista. La stoffa di cui erano fatti i Rosselli era dello stesso tessuto ideale di quella di Giacomo Matteotti, o un Piero Gobetti. Con il loro sacrificio mostrarono che non si può essere autentici socialisti se l’impegno per la giustizia sociale non si accompagna ad un’intransigente difesa della libertà, anche con l’uso, quando inevitabile, delle armi, e con lo sprezzo della morte. Ed è da loro dunque che proviene l’insegnamento per cui non si può essere socialisti se non si è liberali, e non si può essere liberali se non si è anche socialisti.E’ sia sul piano teorico e pratico insieme che Rosselli pone con forza il tema della sintesi del socialismo e del liberalismo: una sintesi che si rintraccia con evidenza nell’esperienza del Risorgimento, nel corso del quale le correnti democratiche, laiche, liberali e socialiste si ricongiunsero nell’obiettivo comune dell’unità nazionale, così come agli inizi del secolo ventunesimo si ricongiungono nell’unità europea come traguardo federalista. Perché il socialismo altro non è che il compimento alto della rivoluzione liberale.Tutto il cammino compiuto da Rosselli nella sua elaborazione intellettuale procedette di pari passo con le sue esperienze di lotta politica ed umane. Un cammino che è il tracciato stesso di quel ricongiungimento, già avviato nel secolo diciannovesimo tra i valori del liberalismo classico ed i principi che ispiravano la propaganda e l’azione del movimento socialista: vale a dire quello che già s’iniziava a denominare come liberalsocialismo.Luigi Rocca coglie perfettamente tutte le ragioni dell’ingresso sulla scena della sinistra italiana ed europea di questa radicale novità rappresentata da un movimento destinato a mutare la fisionomia del socialismo ed insieme ad offrire un futuro ad un liberalismo ormai anchilosato dalle sue soppravvivenze conservatrici, quando non addirittura reazionarie.Dall’opera di Rocca risulta evidente che il socialismo liberale ha radici antiche e che Rosselli, e Calogero, seppero fondere una visione modernizzatrice che proiettano, oggi più che mai, questo movimento verso il futuro. E ciò lungo un arco temporale che va dall’Ottocento all’era della globalizzazione.Se agli inizi il pensiero liberalsocialista potè apparire antagonistico nei confronti dello stesso pensiero socialdemocratico, oltre che ovviamente nei confronti di quello del socialismo massimalistico e del comunismo (cui lo assimilava esclusivamente un analogo piglio volontaristico) col passare del tempo e con il volgere degli eventi tali differenze andarono attenuandosi, ed oggigiorno appaiono pressoché cancellate.Un avvicinamento fu dovuto – a ben guardare – già al tempo del primo conflitto mondiale. Lo spirito dell’interventismo democratico che animò Rosselli si avvicinava non soltanto alla tradizione mazziniana e soprattutto garibaldina ben presente nelle origini del socialismo italiano, ma presentò punti di indubbia convergenza con le posizioni assunte dalle socialdemocrazie europee che vincolate come erano ai processi di nazionalizzazione delle masse, finirono per emarginare le pulsioni pacifistiche e le proposte rivoluzionarie non soltanto bolsceviche, ma anche quelle emerse nelle conferenze di Zimmerwald e di Kienthal.Due fondamentali affinità emersero tra liberalsocialismo e socialismo riformista nei decenni successivi, che diradarono le diffidenze che si registrano alla rilettura dei giudizi critici espressi su il “Socialismo Liberale”all’atto della sua pubblicazione non soltanto da Togliatti (il che era ovvio) anche di riformisti come Saragat.Queste affinità che divennero decisive riguardavano in primo luogo l’adesione ai valori dello Stato liberale ed alla dimensione universale della democrazia da parte delle socialdemocrazie prima e durante il secondo conflitto mondiale, quando si dimostrò evidente l’imprescindibilità di tali valori nella lotta contro il totalitarismo nazifascista. Essi trovarono successivamente la loro sacralizzazione nel congresso di Francoforte del 1951, in cui si ricostituì l’Internazionale Socialista, nel quale si riaffermarono i principi antitotalitari ed il legame indissolubile tra democrazia e socialismo anche contro il totalitarismo comunista e l’espansionismo imperiale sovietico.Il secondo grande punto di riferimento è stato (e si è consolidato) il percorso di impegno economico e sociale rappresentato dall’insorgere dello Stato Sociale e del sistema dell’economia mista, ben presente sia nell’opera rosselliana – fortemente ispirata dal pensiero keynesiano – e dalle esperienze dei paesi scandinavi, e che si espansero nell’opera di ricostruzione dell’Europa, a partire dal “piano Beveridge”che segnò la confluenza tra socialismo riformista e liberalismo progressista nella comune risposta sia all’ideologia collettivista della statizzazione dell’economia, sia al liberismo sfrenato ed irresponsabile delle classi dirigenti conservatrici.Su questi due pilastri si è formato, infatti, quel modello di cultura socialista, che accoglie in sé, in una grande sinergia storica sia il riformismo socialista, sia la corrente liberalsocialista.Si può dire che oramai socialismo democratico, riformismo socialista, socialismo liberale e liberalsocialismo siano tra di loro sinonimi. Rappresentano in forme verbali diverse sostanzialmente la medesima cosa: la realtà attuale del movimento socialista nella sua vasta gamma, differenziato secondo le varie caratterizzazioni nazionali e continentali. Un movimento vastissimo, su scala globale, allo stesso tempo rappresentativo delle singole società in cui sono sorti, si sono sviluppati i vari partiti che compongono l’Internazionale socialista.In tal modo, nel loro complesso essi hanno compiuto un passo storico in direzione del passaggio da una rivoluzione liberale, da cui hanno ereditato i valori di libertà per completarli in una rivoluzione sociale che ha di mira l’affermazione dei diritti umani, dell’uguaglianza e dell’emancipazione dei Poli e delle classi più deboli.Il socialismo, nella fase attuale, è dunque il compimento di un processo di trasformazione liberale della società, che presenta sempre di più segni tangibili di tale trasformazione, sia pure in forme diverse e contraddittorie, pacifiche o altamente drammatiche.Una trasformazione significativa è quella che riscontriamo nella struttura economica e sociale, specie delle aree storicamente più evolute del mondo. In esse si registra infatti una crescente socializzazione delle risorse, nel senso che dapperttutto la quantità delle risorse che vengono trasferite alla collettività è crescente.Il riformismo praticato dalle forze socialiste, che appariva minimalistico ed inconsistente a rivoluzionari ed intransigenti, ha alla lunga dato luogo ad un cambiamento epocale. Qualcuno, come Karl Popper, l’aveva definito “riformismo a spizzico”, oppure “riformismo d’accompagnamento”. Che era stato contrapposto ad un “riformismo di struttura”non meglio identificato.Invece questi “programmi minimi”ma corrispondenti ad esigenze reali della società e dei cittadini hanno finito nel loro complesso per cambiare alle radici i rapporti di vita reale in senso fortemente solidaristico. Hanno socializzato la previdenza; la sanità, i trasporti; l’istruzione. Hanno spostato quote imponenti di risorse dagli individui che le producevano alle istituzioni pubbliche, dal governo centrale agli enti locali chiamati a gestirle.All’inizio del 900’il volume dei trasferimenti era in media il 4%. Keynes pronosticava nel 1924 che sarebbero saliti al 20%, non di più. Alla fine del secolo essi si aggirano tra il 40 ed il 50%, cioè quasi metà della ricchezza prodotta dai singoli viene affidata alle istituzioni pubbliche per provvedere ai bisogni della comunità. E nonostante ciò i bilanci pubblici sono costantemente in rosso: una trasformazione così radicale è stata determinata dall’azione riformistica, trasformando il volto della società attuale.L’ineluttabilità di un riformismo socialista liberale transnazionale conferma la piena identificazione che si è realizzata tra l’origine liberale e quella socialdemocratica delle correnti storiche che sono in essa convenute.L’opera di Luigi Rocca ne offre un’ulteriore prova. A conclusione della sua lettura, potremmo affermare che il dilemma inestricabile che molti in passato hanno voluto rinvenire nel concetto di liberalsocialismo deve considerarsi largamente superato. E che l’ “ircocervo”di cui parlò Benedetto Croce in polemica con Calogero per significare il carattere meticcio del liberalsocialismo è pura fantasia.Semmai, si dovrebbe parlare dell’incrocio felicemente riuscito tra due purosangue che ha dato vita ad un autentico cavallo di razza.

 

 

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