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di Emanuele Ceglie

 

Oggi, in conseguenza della pandemia e della impegnativa previsione del “nulla sarà come prima”, sono in molti a richiamare la necessità di un “adeguamento” della nostra Carta fondamentale. Si è cimentato, giorni or sono, anche il Sindaco di Milano, Giuseppe Sala, che in una intervista al ‘Corriere della sera’ e sotto la pressione della disomogenietà di “visione” tra Governo e autonomie locali sulle misure da adottare per contrastare il Covid-19, ha proposto l’apertura di una fase costituente per un revisionismo costituzionale all’altezza del nuovo paradigma sociale-politico-istituzionale imposto dal virus.

L’emergenza e lo stato di eccezionalità determinati dalla pandemia stanno mettendo a dura prova non solo le forme della governance (la piena funzionalità delle Camere in un contesto emergenziale) ma richiamano interventi di manutenzione straordinaria su alcuni gangli costituzionali (il rapporto e la distribuzione dei poteri tra centro e periferia così come ri-definito dalla Carta) e, ancora, interventi di risistemazione di quella ideale Carta dei diritti che il grado di civile convivenza ha pragmaticamente organizzato. Quali diritti privilegiare sotto l’incombere di una pandemia? Quale equilibrio realizzare tra diritti individuali e necessità collettive? Viene prima il diritto alla salute o il diritto al lavoro? Alla privacy o alla sicurezza? Chi decide, con quali strumenti e con quali forme di controllo? Domande non emergenziali ma, ormai, sistemiche. Potremmo dire di rango costituzionale.

Porte aperte, dunque, alla proposta del Sindaco di Milano. Senza però dimenticare la Storia e, neppure, la storia dello scontro politico nazionale proprio sul terreno del riformismo costituzionale.

Chi insidia la Costituzione?

Non è il caso qui di riprendere la storia di una particolare “guerra dei Trent’anni” nazionale giocata sul fronte rispettivamente della difesa e della revisione della Costituzione, che è stata al contempo guerra di trincea e di movimento a seconda della congiuntura politica e che ha avuto come unico risultato la formazione per stratificazioni successive di prassi, procedure e principi che hanno interpretato, modificato e a volte anche stravolto pezzi non secondari della Costituzione. Questo movimento di revisionismo a bassa intensità (riformatrice) è stato denominato e ha determinato la cosiddetta Costituzione materiale. Così come va ricordato, sempre per memoria storica, che tentativi di revisionismo costituzionale, intesi non come mera razionalizzazione tecnica delle parti andate obsolete della Carta, ma come operazione di ridiscussione dei principi e dei compromessi politici che la alimentarono e la disegnarono con le culture politiche e i condizionamenti del dopoguerra (a partire dalla distinzione di valore tra la prima e la seconda parte), furono prima snervati e poi battuti anche quando gli animatori di tale opera furono partiti di provata fede democratica (nonché originari sottoscrittori del patto costituzionale) come il PSI della Grande riforma degli anni ’80 e un presidente della Repubblica (Cossiga) con il suo messaggio alle Camere degli inizi del ’90. Della Grande riforma socialista si disse, soprattutto a Sinistra, che era il tentativo malpensato di spostare l’asse democratico su un piano autoritario e cesarista; per Cossiga si fece ricorso addirittura all’ingiuria e alla necessità di reclusione manicomiale.

La Costituzione senza popolo

Qual è oggi la forza politica in grado di porre la questione nella sua nudità: la Costituzione materiale è distante e in conflitto con la Costituzione formale e, quello che più conta, è priva di un esplicito consenso popolare. Qual è la forza politica che intende legare la battaglia per il revisionismo costituzionale a un impegno di coinvolgimento dei cittadini? Qual è lo strumento in grado di legare la nuova Costituzione alla sovranità popolare?

E’ evidente che le risposte rinviano a quanto accadrà, a Sinistra. L’avanzamento della crisi del PD è prevedibile nelle forme tripolari della creazione di un campo socialdemocratico, della rinascita di un centro cattolico e nella costituzione, alla sua sinistra, di un’area che si richiama alla tradizione comunista e al compito di riallineamento del linguaggio classista alle regole della modernità, ma sempre attraverso l’uso delle categorie proprie della diversità comunista e del bisogno di comunismo (Bertinotti). Oggi per i socialisti il punto è: la tradizione del socialismo italiano dovrà impegnarsi nei travagli di una politica minore del tipo sopra descritto e in un quadro di ricomposizione della Sinistra che si svolge, ancora una volta, come storia evolutiva del vecchio PCI? Oppure è legata all’esito delle questioni istituzionali e alla capacità di costruire, con altre forze, una risposta? Le ultime vicende della sinistra dicono che la questione socialista o saprà riproporsi come riformismo forte o non ha più ragione di essere. Un riformismo forte, riprendendo l’intuizione della Grande riforma con l’aggiunta di un elemento politico dirimente: una Assemblea costituente e il coinvolgimento della volontà popolare nel processo di riforma costituzionale.

Il riformismo forte è la risposta (non l’unica con un chiaro segno alternativo) al populismo conservatore delle destre in Italia e in Europa.

Aprile 2020

                                                                                                       Emanuele Ceglie 

 
 
 
 

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